La notizia di una possibile candidatura di Ilaria Salis alle elezioni Europee sta suscitando molto interesse e non poche polemiche. Il dibattito e il confronto politico si concentra sulla reale possibilità di essere eletta e godere della successiva immunità di europarlamentare. Ilaria Salis è attualmente detenuta in Ungheria con la pesante accusa di aver partecipato all'aggressione di due militanti di estrema destra. La proposta di candidatura sarebbe emersa all'interno del Partito Democratico per iniziativa della segretaria Elly Schlein. L’ipotesi avanzata sarebbe quella di una candidatura nella circoscrizione Isole, Sicilia e Sardegna.

L'obiettivo di tale mossa sarebbe quello di ottenere per Salis l'immunità parlamentare attraverso l'elezione, il che potrebbe portare alla sua scarcerazione. Questa strategia pragmatica, costringerebbe l'Ungheria, in quanto paese membro dell'Unione Europea, a rispettare le decisioni legate all'immunità parlamentare. Ma l’eventuale candidatura non è una operazione esente da rischi: il padre della donna, ha messo in evidenza che se la figlia fosse candidata e non eletta, o se all’ultimo cadesse la candidatura, «sarebbe un errore grave, sarebbe massacrata».

 

Capitolo a parte merita il parallelo tracciato tra il caso di Ilaria Salis e quello di Enzo Tortora. Il paragone con il caso del celebre presentatore televisivo, ingiustamente accusato e poi assolto, è oggetto di discussione e di distinguo. Le differenze tra i due casi non sono lievi. Tortora non aveva commesso nessuno dei reati di cui era accusato, ma tirato in ballo in un'inchiesta di mafia da false rivelazioni di alcuni pentiti camorristi e per questo, prima di essere assolto in via definitiva, era stato condannato a 10 anni. Vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia giudiziaria italiana, Enzo Tortora accettò la candidatura offerta dal Partito Radicale di Marco Pannella proponendosi agli elettori come simbolo della malagiustizia italiana. I radicali furono i primi e i soli a sostenere la sua innocenza, sfidando un clima giornalistico e politico apertamente colpevolista.

Dopo essere stato eletto al Parlamento europeo di Strasburgo, Tortora rifiutò l'immunità parlamentare per dimostrare la sua fiducia nella giustizia, rivendicando con quel gesto la storia personale e politica che lo distingueva come simbolo della lotta contro la malagiustizia.

Aspetto non secondario, Tortora è stato anche Presidente del Partito Radicale, e come tale ha condiviso la scelta della nonviolenza dei radicali come metodo politico di lotta.

La vicenda di Ilaria Salis, militante anti-fascista, è invece più complessa e controversa. Dopo aver partecipato a una manifestazione anti-nazista a Budapest, è stata arrestata con l’accusa di aver preso parte a un violento pestaggio provocando lesioni personali e violando le leggi di un altro Paese.

Nonostante si sia sempre dichiarata innocente, la sua detenzione in attesa di giudizio, dura da oltre 13 mesi. E anche la gravità del reato per cui è imputata non giustifica l'ipotesi di una incredibile condanna finale di 24 anni, né il trattamento inumano e degradante a cui continua ad essere sottoposta. Il diritto europeo stabilisce che sino al termine di un processo l’imputato è un presunto innocente. Pertanto vedere la Salis incatenata mani e piedi e portata in tribunale come se fosse una bestia pericolosa indigna a prescindere dal capo d’accusa e dal trascorso politico dell’imputata. Una questione da portare a livello di diritto europeo nelle sedi opportune, e cioè nella CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo).

 

La situazione delle carceri ungheresi ha suscitato scandalo nella stampa italiana, ma è interessante notare che in Italia esistono problemi simili. L’affollamento penitenziario è elevatissimo, con oltre 10.000 unità in eccesso. Molte celle non sono dotate di docce e i reclusi dispongono di pochissimi metri quadri per svolgere le loro attività. Questa situazione è simile a quella in Ungheria, ma spesso la stampa italiana non esprime la stessa indignazione per episodi analoghi che avvengono nel nostro Paese. Ad esempio, la legge sulla istituzione del Garante dei detenuti, sollecitata dall’Unione Europea, è stata vanificata dalla nomina di ex magistrati o dirigenti generali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, gli stessi che hanno nominato i direttori delle carceri. I giornalisti italiani dovrebbero chiedersi quante denunce i “comodi” garanti hanno presentato contro le direzioni degli istituti di pena o il personale della polizia penitenziaria. Inoltre, dovrebbero indagare sulle ragioni per cui si verificano frequenti suicidi nelle prigioni italiane e sulle condizioni dei detenuti che lavorano, studiano e ricevono assistenza psicologica e cure mediche. La stampa italiana dovrebbe mettere in luce anche le gravi problematiche che affliggono il sistema carcerario del nostro Paese e interrogarsi sul perché l’Italia abbia subito più condanne dalla CEDU rispetto all’Ungheria.