Intervista a Germano Bellavia, attore e volto storico di Un Posto al Sole. 


Salve Germano, lo scorso 14 luglio ha festeggiato i 50 anni. Come si sente? Facciamo un po’ di bilanci. “Beh, parto col dirle che, quando uno arriva a festeggiare i 50 anni, è ovvio che faccia qualche bilancio. Sono contento di quello che ho fatto fino ad ora, ma ho ancora tanti sogni che posso e voglio realizzare. Posso dirle che ci proverò con la stessa determinazione con cui ho vissuto fino ad oggi”.
Mi può accennare qualche suo sogno?
“Ne ho davvero tanti. Sogno, ad esempio, di realizzare qualche film. Vorrei inoltre produrre dei videoclip per dei cantautori che mi piacciono. Un altro sogno è quello di tornare in teatro con i miei colleghi Luisa Amatucci e Alberto Rossi che, vent’anni fa, portarono in scena il testo di Duccio Camerini intitolato Né in cielo né in terra, che andò molto bene. Ci è venuto in mente di riproporlo giusto qualche giorno fa, anche se bisogna vedere come evolverà la situazione per via del covid”. 
Da poco è ritornato sul set di Un Posto al Sole. Oltre a quello, si sta dedicando a qualcos’altro?
“Sì, ho prodotto il videoclip musicale di un rapper napoletano che si chiama Ivanò. L’abbiamo girato giusto in questi giorni, ad Ischia. Sono molto impegnato con l’azienda di famiglia. Stiamo per aprire un nuovo negozio nella zona dei Campi Flegrei, vicino a Pozzuoli. Si chiamerà Vincenzo Bellavia, ovviamente è sempre legato alle altre pasticcierie che abbiamo a conduzione familiare. Durante il lockdown, abbiamo lavorato ad esempio con lo shopping online, quindi non ci siamo fermati completamente. In precedenza, abbiamo aperto un locale a porta di Roma, mentre adesso ci sarà ad Arco Felice quest’altra attività commerciale che sarà aperta 24 ore su 24”.
Un bell’impegno…
“Già, per i nostri lavoratori e per la mia famiglia. Lo facciamo da quasi 100 anni ormai, perché abbiamo iniziato nel 1925 con mio nonno Antonio. Nel 2025 festeggeremo il centenario. Sono 95 anni che vendiamo dolcetti al popolo”.
Tornando al suo mestiere d’attore, immagino non sia semplice lavorare con le nuove restrizioni imposte dal governo…
“Diciamo che il set di UPAS è sempre stato molto rispettoso; non abbiamo sentito e non sentiamo tanto la differenza. Fin dal principio della pandemia, abbiamo sempre osservato tutte le misure di sicurezza necessarie e non mi sembra sia cambiato tanto. Nella storia, già lo saprà, non si parlerà mai come sceneggiatura del coronavirus. I personaggi vivranno nel loro mondo, come se l’emergenza non fosse mai avvenuta. Magari fosse vero nella realtà. Speriamo che questo serva agli spettatori per capire che si tratta di una fiction, di qualcosa che non è reale. Perché capita che la gente ci confonda con i personaggi che interpretiamo. Non tutto il pubblico, ovviamente. Comunque, ritengo che non affrontare l’argomento covid possa essere utile per chiarire questo concetto”. 
Dato che abbiamo affrontato l’argomento, come ha vissuto il lockdown? Era preoccupato per il mondo dell’arte?
“Continuo ad esserlo, visto che i teatri sono ancora chiusi. Sono preoccupato per l’atteggiamento che le istituzioni e il governo hanno. Non hanno proprio calcolato gli attori come professione. Penso ai circensi, a tutti quelli che lavorano nel mondo dello spettacolo. Non essere considerati è un reato che lo Stato italiano commette nei confronti dei professionisti. Ce ne sono tanti”. 
Effettivamente sembra che questa crisi abbia messo un po’ il vostro lavoro in secondo piano. Come se foste una categoria di serie B. 
“Esatto, ma se ci pensa non esistono soltanto i medici che curano il corpo per guarire. C’è bisogno anche degli artisti che curano il cuore e le anime delle persone. Patch Adams, il film di Robin Williams, ne è la dimostrazione. Si può guarire anche solo facendo ridere, generando sorrisi. Gli artisti sono delle creature che vanno tutelate. Lo stato non deve ignorarle”.