Cultura e Spettacolo

Un superpotere del cambiamento

Il 99,9% delle esperienze negative che viviamo durante la nostra esistenza sono stupidaggini. Solo una minoranza si discostano da questa realtà; e ancor meno chi sostiene o ha sostenuto importanti e costanti condizioni avverse e infelici, come purtroppo accade negli altri due terzi del mondo.

Se noi realizzassimo questo fatto, sottraendo dalla nostra infelicità quotidiana quel 99,9% di stupidaggini, l’energia che ne conseguirebbe risulterebbe tale da consolare, e anche risolvere, chi si discosta da queste fortunate condizioni: nostri altri concittadini, e quei due terzi del mondo. Ne avremmo la voglia e la forza; un volano in grado di cambiare tutto.

Nelle stupidaggini quotidiane rientrano soprattutto le condizioni economiche avverse. Noi permettiamo alle nostre “povertà” di impadronirsi del nostro umore e rendere triste, depressa, infelice, rabbiosa, la nostra quotidianità. Rimuginiamo costantemente e ci lamentiamo con chiunque, cercando appigli, speranze e qualunque cosa possa confortare la nostra condizione, o liberarne lo sfogo.

E così anche per lo studio che va male, il vicino incivile, la causa persa in tribunale, l’idiota incontrato per strada, il partner che non capisce, la solitudine non voluta, e via discorrendo. E tutte queste esperienze insieme, vissute continuamente nella vita, rendono insensatamente cinici e sfiduciati verso l’intero pianeta terra!

Insensatamente! Lo ripeto. Perché quando qualcosa capita, bella o brutta che sia, è semplicemente successo. Non ci si può fare più nulla. Ci si deve chiedere solo il perché; e se non si trattasse di un evento casuale ma dipendente dal nostro agire, sorridere e cambiare l’agire! Ma rimuginare sopra l’evento, portarselo dietro per dire “quanto sono sfortunato”, o usarlo per vedere il mondo brutto e cattivo, e quanto di più dannoso si possa fare a se stessi, prima ancora che agli altri.

Alcuni qui inizieranno a scorgere elementi di filosofia Zen. Non lo nego.

Ma fermarsi a questo sarebbe estremamente superficiale. Mi basterebbe tornare indietro e cambiare qualche parola, per far apparire il concetto come un trattatello ottimistico della vita, in antitesi alle leggi di Murphy e compatibile ad aforismi come quello dell’imprenditore Henry Ford, che diceva qualcosa del genere: «Il fallimento è solo un modo per scoprire quello che non ha funzionato». E’ causa dell’imperfezione umana, quindi va accettato; pur tendendo sempre all’ambita e lontanissima meta della perfezione. Ma non per questo ci si deve avvelenare la vita.

Ma così diventerebbe una di quelle robe da “motivatori”...

Allora potremmo impostare il nostro ragionamento sul modello Junghiano, e indagando l’influenza della sua “coscienza collettiva” arriveremmo alle stesse conclusioni. Lo stesso avverrebbe se considerassimo quest’analisi sulla via teolologica e olistica della psicologia di Adler, che riteneva le emozioni il mezzo per giustificare i comportamenti. Perfino l’eziologia causa/effetto di Freud ci porterebbe a questa coscienza di accettazione delle cose.

Ma forse a qualcuno piacerebbe che il concetto venisse impreziosito attraverso la saggezza di qualche grande filosofo. Prendiamo allora il pessimista cosmico per eccellenza, Schopenhauer. Egli venne bacchettato nientemeno che dal suo più grande estimatore Nietzsche con quel nichilismo attivo che qui si scopriva lucido promotore dell’accettazione della vita, opponendosi fermamente alla noluntas di Schopenhauer e al suo estremo rimedio in un ascetismo annientatore della volontà. Su Nietzsche i critici videro anche la sua malattia come benedizione, in quanto diversamente non avrebbe “filosofeggiato” con l’intensità nutrita da quella stessa sofferenza.

Insomma tutto il negativo ribaltato sul positivo. Sempre e comunque.

Avrei avuto gioco più facile con Popper, Hegel, Kant, ma ho voluto disturbare Schopenhauer e Nietzsche perché sono tra quelli il cui pensiero provoca empatica sofferenza e disagio, per crudezza e definitività. Anche Kierkegaard non scherzava. Eppure anche tutti loro ammettevano “a denti stretti” la necessità dell’accettazione.

L’uomo, infatti, è anzitutto la concretezza del suo essere materiale e interagire con i simili. E in questo frangente anche il più pessimista dei filosofi è costretto ad accettare l’aspetto più psicologico rispetto a quello metafisico, seppur sia sempre giusto filosofare su tutto, per carità, ce lo ricorda bene Aristotele: «Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui».

Benedetto sia Aristotele per aver inventato la logica stringente!

Tornando alle nostre faccende, l’ipotesi iniziale sulla filosofia Zen dovrebbe essere superata. Ovviamente non nel senso che non si possa scorgere, ma quand'anche fosse succede nella stessa misura di come avverrebbe parlandone in ogni altra forma filosofica e psicologica.

L’accettazione delle cosiddette “disgrazie” è alla base di tutto. E vere disgrazie per fortuna non sono mai; ma solo stupidaggini. Accadendo, o trovandosi già in esse, la liberazione sta dunque nell’accettarle e andare subito oltre. Non va speso nemmeno un solo istante a rimuginare sfortune o colpevolizzare se stessi, o chiunque altro. Così, se casca una tegola sul parabrezza dell’auto mandandolo in frantumi, e il proprietario dell’immobile responsabile non vuole risarcire, noi andiamo ugualmente oltre. Inutile prendere a pugni il proprietario, o perderci il sonno, e dire quante persone ingiuste popolano questo mondo. Se possiamo gli faremo causa, se non c’è modo di poter far nulla o si perde la causa, pazienza.

Si risolve forse qualcosa a diventare succubi di un problema a cui non si può arrivare? Attenzione solo agli ALIBI per diventar giulivi e passivi di fronte a tutti i problemi, quella non è accettazione ma l’altra faccia della medaglia: diventare succubi anche dei problemi che si possono vincere.

E c’è una frase che si scosta dall’intellettualismo filosofico puro per approdare in contesti perfino religiosi, ma solo per dire come sia omogeneo e unanime il pensiero sull’accettazione: «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza» (Preghiera della serenità, di Reinhold Niebuhr - Attribuita anche a Tommaso Moro, 1587).

Questa è la realtà. E’ una volta compresa davvero ci si avvicina a quella serenità e pace che permette un superpotere incredibile: impadronirsi dei problemi, rivoltarli da cima a fondo, triturarli nel nulla se fuori portata, o infine risolverli con ragione e calma.

E’ un percorso semplice e veloce? Affatto!
Tutti noi abbiamo messo un sacco di tempo, tutta la vita, a diventare pessimisti, rabbiosi, diffidenti verso il prossimo, e quant’altro di negativo che infine facciamo riverberare all’esterno con ulteriore intensità negativa e dolorosa. Queste esperienze andranno sostituite con nuove esperienze di vita, laddove si cominci ad affrontare le cose per quello che sono: eventi! Belli e brutti, ma talvolta inevitabili eventi.

Ci potrebbe volere un’altra vita. Ma con una differenza che può abbreviare notevolmente il percorso: poiché conoscendo ciò che ha influenzato finora la nostra esistenza, ogni successo derivato dal nuovo approccio, ossia la percezione di pace, serenità, energia, voglia di fare, dona immediata fiducia e diventa moltiplicatore del precedente successo.

Tutto dipende dalla resistenza che opporremo alla tendenza di ricascare nel tranello delle emozioni che si impadroniscono di noi (e non viceversa, come dovrebbe essere). Ricapiterà tante volte; e questo determinerà il vero tempo che serve a ciascuno per portarsi verso questo profilo di cambiamento.

Uno dei tanti, necessari, cambiamenti verso quella felicità che piaceva anche a Gianni Rodari.

Un’ultima cosa. Qualcuno potrebbe chiamare tutto questo “resilienza”. Va bene anche così, purché non si scambi -  e lo ripeto ancora - per sopportazione, passività e indifferenza, che sono in antitesi con l’accettazione e il passare all’azione. Se sono stato bravo a illustrarvi l’insieme di questa riflessione (e lo sforzo di sintesi è stato enorme, credetemi) avrete anche compreso che non ha alcuna importanza come si voglia “etichettare” il pensiero in sé, né attraverso quale psicologia, filosofia o credenza religiosa, ci si voglia arrivare. Il dato rilevante è che questa è la via corretta.

📸 base foto: Marek Chalabala da Pixabay

Autore P. Giovanni Vullo
Categoria Cultura e Spettacolo
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