Perché abbiamo la disoccupazione?

Perché abbiamo la disoccupazione?

L'articolo originale è stato pubblicato sul sito Peoples Democracy e, in alcuni casi, fa  riferimento alla situazione economica in India. Comunque, le tesi di fondo ipotizzate  sono di carattere generale e rispecchiano le problematiche economiche di qualsiasi paese, Italia compresa.

La traduzione dell'articolo è stata curata dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare.


La disoccupazione è diventata un fenomeno così persistente ai giorni nostri che si è sviluppato il luogo comune per cui sia uno stato naturale delle cose, che nulla può essere fatto e che l'unica via per avere più grandi possibilità di impiego sulla propria strada siano quelle: o di opporsi al sistema che riserva un numero di posti alle categorie ed ai segmenti più poveri ed inabili della popolazione o chiedere che la propria casta o comunità sia inclusa in queste categorie o segmenti che beneficiano dei posti di lavoro riservati.

Ma la visione per cui la disoccupazione sia uno stato naturale delle cose è basata o sull'ignoranza o sulla memoria corta, poiché circa un paio di decenni fa c'erano società e sistemi sociali, una larga fascia di essi, con a capo l'Unione Sovietica, che erano così perennemente afflitti da mancanza di manodopera - che è il contrario della disoccupazione - e che si usavano scrivere interi tomi sull'analisi del loro unico e notevole modus operandi. Il più celebrato economista critico dei sistemi socialisti dell'Est Europa, Janos Kornai, mentre analizzava queste economie, aveva rilevato che il pieno impiego, o anche la carenza di manodopera, era una caratteristica fondamentale di queste economie.


Rapporti di causa ed effetto

Ci possono essere approssimativamente due possibili ragioni per le quali esiste la disoccupazione in una data economia: o perché vi è una riserva di capitale insufficiente ad impiegare tutti coloro che vogliono lavorare, o perché vi è un'insufficiente domanda nell'economia tale da impiegare tutti coloro che cercano lavoro; nell'ultimo caso, la disoccupazione può coesistere con una riserva di capitale inutilizzata. All'interno della prima ragione, dobbiamo distinguere tra due fattori: può esservi un'inadeguata riserva di capitale costante (incluso quello fisso) o può esservi inadeguata riserva di capitale variabile, per esempio di beni di largo consumo, per impiegare tutti al livello di sussistenza usuale o predominante.

La prima ragione, la carenza di capitale, non è mai stata determinante. Anche se vi possono essere occasioni in cui si è manifestata una tale carenza, come, per il momento, all'apice di qualche boom economico (anche se si dubita largamente), essa certamente non spiega l'esistenza perenne della disoccupazione. Infatti, come ha detto Micvhal Kalecki, il rinomato economista marxista polacco, «la condizione tipica di un'economia capitalistica sviluppata» è quella in cui «le risorse a disposizione dell'economia sono lontane dall'essere completamente utilizzate». E questa è anche l'attuale situazione delle economie come le nostre, dove, sotto il regime neoliberista, scorte di capitale inutilizzato e scorte eccessive di cereali per alimentazione umana (il principale bene di largo consumo) sono diventate più o meno una peculiarità permanente.

La perenne sussistenza della disoccupazione, insieme con le scorte inutilizzate di capitale e di cereali invenduti nell'economia indiana, nella sua odierna impostazione deve quindi essere attribuita ad una inadeguata domanda aggregata dell'economia. La domanda aggregata, a sua volta, è composta di quattro diverse componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette (vale a dire il surplus di esportazioni che rimane dopo aver sottratto le importazioni). Per una data distribuzione del reddito, vale a dire della quota di surplus economico ottenuto dalle classi abbienti sulla produzione totale, la stessa domanda di consumo dipende dal livello di occupazione, vale a dire dal livello della domanda aggregata. In tal modo, se la domanda di consumi deve essere aumentata, allora (ad eccezione delle misure transitorie come un aumento del credito al consumo) la distribuzione del reddito deve essere modificata in maniera egualitaria, vale a dire attraverso un aumento della quota di lavoratori all'interno della produzione totale, cosa alla quale i capitalisti ovviamente si opporrebbero.

Analogamente, gli investimenti dipendono in generale dalla prevista crescita del mercato. Naturalmente queste previsioni sono a volte ottimistiche a volte meno, ma raramente possono essere tagliate "su misura". E la visione per cui un abbassamento dei tassi di interesse si porti dietro significativi aumento negli investimenti non è suffragata dai fatti; nei fatti gli investimenti sono abbastanza insensibili al tasso di interesse.

La spesa pubblica è stata considerata lo strumento più autonomo attraverso il quale la domanda aggregata, e con essa la produzione e l'occupazione, possa essere aumentata. John Maynard Keynes che fu preoccupato dal fatto che gli alti livelli di disoccupazione potessero spingere il capitalismo ad un destino tragico, e che quindi aveva auspicato una gestione della domanda da parte dello Stato al fine di mantenere le economie capitaliste vicine alla situazione di pieno impiego come mezzo per salvare il sistema, aveva appuntato le proprie speranze su questo strumento. Ma sotto l'egida del neoliberismo, poiché si pretende che i governi mostrino responsabilità di bilancio, vale a dire che misurino le loro spese in base alle loro entrate, potendo solamente godere di un deficit di bilancio minimo ed accettabile dalla finanza globalizzata, questo strumento cessa di operare. Se la produzione è bassa, anche le entrate del governo sono basse (e raccogliere una maggior quota di entrate attraverso la tassazione dei ricchi è vietato sotto il neoliberismo), e allora anche la spesa pubblica è bassa, il che significa che la produzione non può essere aumentata attraverso questo strumento. Non è più uno strumento autonomo attraverso il quale lo Stato può intervenire ad aumentare la domanda aggregata.

Infine, le esportazioni nette dipendono dallo stato dell'economia globale: quando l'economia globale è in espansione, le economie singole possono esportare di più ed allora ci sarà maggior occupazione e produzione in ciascuna di esse. Ma finché la stessa economia globale consisterà solo di singole economie, l'economia globale potrà crescere solo se una delle singole economie, nello specifico una grande economia come quella degli USA, inizi a crescere. Ne segue pertanto che, nell'impostazione neoliberista, il livello della domanda aggregata  e quindi dell'occupazione di ogni economia dipende da quanto euforiche siano le aspettative in una grande economia come gli Stati Uniti, vale a dire se negli USA si verifica una bolla speculativa o meno. La bolla delle dotcom negli Stati Uniti degli anni novanta e la bolla immobiliare negli Stati Uniti all'inizio del nuovo secolo sono state largamente responsabili della crescita dell'economia mondiale in quel periodo e quindi hanno creato la base per ogni generazione di posti di lavoro che si è verificata nel nostro paese all'interno del regime neoliberista. Queste bolle speculative sono ormai esaurite e non ci sono aspettative che si formino altre bolle nell'immediato e prevededibile futuro. L'economia mondiale continuerà quindi a rimanere nel pantano della crisi; e la disoccupazione che nella nostra economia era in aumento (sebbene non apertamente) anche durante gli anni di grande crescita, aumenterà bruscamente negli anni a venire.

La conclusione che ne consegue dalle analisi a questo livello è senza dubbio illuminante; ma è ancora insufficiente. Questa conclusione può essere affermata come segue: se potessimo distaccare la nostra economia dall'economia globale, attraverso l'imposizione di controlli sui flussi di capitale da e verso la nostra economia, come usavamo fare nei tempi precedenti il neoliberismo, così rendendo la politica di bilancio dello Stato indipendente dai capricci e dai ghiribizzi del capitale finanziario globale, allora la "gestione della domanda" potrebbe essere ripristinata come ai vecchi tempi; la domanda aggregata potrebbe essere sostenuta e di conseguenza l'occupazione potrebbe crescere.


Soluzioni immediate

Questo è certamente vero ed importante. Costituisce anche una soluzione immediata alla crisi dell'occupazione. Ma anche se questo accadesse, la disoccupazione non sarebbe eliminata. Questo perché una riduzione della disoccupazione, o più precisamente una riduzione della grandezza delle riserve di manodopera (dal momento che la disoccupazione non esiste solamente in una forma palese) rafforzerebbe la posizione contrattuale dei lavoratori, che potrebbero rivendicare salari più alti. Se queste rivendicazioni salariali vengono soddisfatte ma i prezzi aumentano come conseguenza di tali aumenti salariali, prenderebbe piede una spirale inflazionistica di aumento dei costi, con i salari ed i prezzi che si inseguono l'un l'altro; questo destabilizzerebbe il valore della moneta sotto il capitalismo. E se queste rivendicazioni salariali vengono concesse ed i prezzi non aumentano come risultato degli aumenti salariali, il tasso di profitto comunque diminuirebbe, cosa che ai capitalisti non piacerebbe. E' importante quindi per la stabilità del sistema che la grandezza relativa delle riserve di manodopera non cada al di sotto di certi livelli. Questo equivale a dire che la misura dell'esercito industriale di riserva con riferimento all'esercito attivo o totale ha una grandezza di base al di sotto della quale non può andare.

Se la disoccupazione deve essere eliminata, vale a dire se la grandezza dell'esercito industriale di riserva deve andare al di sotto di questo limite di base, di conseguenza la determinazione dei prezzi dei prodotti non può essere lasciata alle imprese capitaliste (perchè, come si è visto, questo causerebbe una spirale inflazionistica salari-prezzi). Ci deve allora essere l'intervento dello Stato nella forma di una politica dei prezzi e dei redditi. Lo Stato, in una siffatta economia, deve allora porre in essere non solo la gestione della domanda, ma deve impegnarsi anche nella gestione della distribuzione. Quando, dopo anni di politiche keynesiane di gestione della domanda, le economie capitaliste hanno iniziato a sperimentare serie spirali inflattive costi-prezzi, molti governi hanno tentato di introdurre politiche dei prezzi e dei redditi, in tal modo i livelli di occupazione potevano essere mantenuti mentre l'inflazione poteva essere controllata. Ma questi sforzi si sono rivelati vani.

La ragione per la quale si sono rivelati vani è perché i capitalisti si oppongono ad ogni espansione dell'intervento dello Stato nell'economia che non sia concordata insieme a loro, vale a dire che non rechi loro profitto attraverso incentivi tesi a migliorare indirettamente lo stato dell'economia ma che non tentino di farlo direttamente. Quest'ultima opzione pregiudica la legittimazione sociale del capitalismo: se lo Stato è così necessario malgrado tutto per aumentare l'occupazione, la gente comincia a chiedersi perché lo Stato non possa prendersi direttamente carico della gestione dell'economia sostituendo i capitalisti. E' essenziale, per la legittimazione del sistema, che i capitalisti siano visti come indispensabili; e per conservare questo mito, occorre che l'intervento dello Stato sia concertato con loro migliorando i loro incentivi,  spronando i loro spiriti animali, la loro euforia e così via.

Tornando alla domanda del perché abbiamo la disoccupazione, ne segue di conseguenza che sotto il capitalismo neoliberista, dove il livello di attività del sistema richiede bolle speculative per sostenere se stesso, la pochezza della domanda aggregata come caratteristica generale costituisce l'ovvia risposta. Ma anche in un'economia dove lo Stato si riappropria della propria capacità di sostenere la domanda aggregata con il perseguimento delle politiche di bilancio che desidera, tramite la tassazione o il deficit di bilancio, il mantenimento di alti livelli di occupazione richiede un intervento crescente dello Stato, dalla gestione della domanda aggregata alle politiche dei prezzi e dei redditi, e così via, minando la legittimazione sociale del capitalismo e questo è quindi impossibile da sostenere all'interno dei confini del sistema capitalista.

Giuseppe Ballerini
nella categoria Economia
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