Nonostante i legami italiani con il Corno d’Africa (graditi o meno), ci siamo ritrovati, circa dagli anni ottanta, alle prese con ingressi massicci da paesi africani subsahariani e oltre, con cui non avevamo il benché minimo collegamento politico, culturale, economico, come Nigeria e Senegal. Vero è che alcuni soldati di quest’ultimo paese arrivarono all’isola d’Elba durante la seconda guerra mondiale: i famosi tirailleurs, che andavano dove Francia li portava, e pagarono il prezzo in vite umane.

I nigeriani godevano gran fama in campo musicale, tra i progressisti e radical chic anni settanta: personaggi come Fela Kuti (1938/1997) o il gruppo Osi Bisa portavano fresche sonorità nei nostri ancora  angusti confini culturali: per non parlare del senegalese Youssou N’dour, classe 1959, appoggiato dalle cricche musicali mainstream, Peter Gabriel in testa, che ne fecero un feticcio della multuculturalità in salsa occidentale. Di una certa fama godette anche il maliano Alì Farka Touré (1939/2006) sorretto, per il mercato “top” , dal grande Ry Cooder, Morì Kanté, originario della Guinea Conakry, scomparso settantenne nel 2020 e l’ivoriano Alpha Blondy, nato nel 1953. Non rientra in questo discorso tutta una serie di artisti, come Miriam Makeba, fagocitati dagli USA e forse “usati”, come lei stessa in fondo ammette nell’autobiografia; e i provenienti dalle seconde generazioni, ivi comprese quelle emigrate in tenera età. Torniamo ai due paesi più conosciuti, citati in premessa.

La Nigeria è un paesone ricco di materie prime, dove si parla comunemente il cosiddetto “broken english”, sopra una miriade di lingue locali; vi convivono cristianesimo e islam, si lavora molto nel cinema (la cosiddetta Nollywood): viene trattata dai media con resoconti a spanne, che non riflettono la complessità del sistema.

Stessa ignoranza, ma trattata con maggiore benevolenza, emerge quando si parla del Senegal, da sempre in orbita atlantica.

Quando si usa la definizione  “coppie miste” il pensiero vola regolarmente verso il black and white e la situazione in cui il nero è maschio, con una rozzezza che ancor oggi sgomenta, ma questo arriva, veicolato anche dalla solita televisione: si ricorda, in tal senso, il programma Real Time “ I colori dell’amore”, dove il tema è stato sbranato, più che trattato.

I nigeriani che arrivano in Europa sono in genere cattolici: residua il problema del colore della pelle. Puntiamo dunque lo sguardo sulle coppie italo - senegalesi, quando italiana è la donna.

Situato nell’area occidentale subsahariana, sbocco sull’Atlantico, il Senegal è popolato da etnie irradiatesi dal centro del continente, così come sono varie le lingue parlate: quella predominante è il wolof, appartenente al gruppo più numeroso.

Di indole in genere pacifica, amanti del commercio, i senegalesi si mostrano fieri del loro humus culturale, che annovera il sempreverde Leopold Sénghor, poeta insigne e primo presidente dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Va detto che molti, oggi anziani, continuano a rimpiangere l’appartenenza a una nazionalità e a una potenza che li avrebbe resi liberi solo formalmente.

Dopo un lungo periodo di governi di centrosinistra, i senegalesi si buttano, è il 2002, nel cambiamento tanto atteso e si sorbiscono per due mandati il presidente Abdoulaye Wade (oggi ultranovantenne) il quale, nel 2012, deve cedere il passo al grintoso Macky Sall: un tecnocrate che parla inglese e ripristina la figura di una first lady autoctona, dopo una sfilza di francesi bianche (tremendi i gossip sulla signora Wade e i due figli). 

E’ rimarchevole la nutrita presenza di donne in politica: per alcuni osservatori esterni sarebbe una apparente contraddizione con il resto del paese; per i senegalesi risulta invece del tutto normale, rivendicando essi un trattamento privilegiato verso la figura femminile.

La capitale, Dakar, pare divenuta una sorta di New York equatoriale, cui la si associa nella definizione di “metropoli che non dorme mai”. La religione praticata in prevalenza (90% della popolazione) è l’Islam, arrivato diversi secoli fa, ma la cui diffusione capillare è relativamente recente, in una forma locale tutta particolare organizzata in confraternite, tra cui la più nota è detta muridismo. Un 5% è formato da cattolici, il restante è animista. La convivenza tra le diverse confessioni è pacifica e sono frequenti gli inviti alle rispettive celebrazioni, che non siano strettamente rituali. E’ famoso il cimitero dell’Ile des Coquillages, ove, sotto un mare di conchiglie appunto, riposano insieme cristiani e musulmani.

I senegalesi in Italia, nonostante si siano presto adattati alle nostre laiche costumanze (alquanto in disuso il divieto coranico per gli alcolici), mostrano un discreto attaccamento alle tradizioni, all’osservanza del Ramadan, all’aggregazione tra loro in feste “comandate” come il Tabaski (commemorazione del sacrificio da parte di Abramo), all’organizzazione di eventi musicali con artisti e maestri di danza, che hanno spopolato in un certo periodo.

All’inizio i ragazzi senegalesi in Italia sostituiscono i maghrebini nell’attività di vendita in spiaggia o per le vie cittadine e sono rimasti famosi per lo smercio delle firme farlocche, reato in cui è incappata la maggioranza di loro, prima o poi; in seguito trovano altre vie, soprattutto nel nord est e nell’area bresciano – bergamasca, dove la presenza di immigrati è fitta, e di conseguenza anche la loro. Col trascorrere delle generazioni i più giovani si sono via via lasciati conquistare dall’idea del guadagno facile e li ritroviamo in cronaca nera. Le unioni delle connazionali con questi giovanotti iniziano a infittirsi negli anni novanta.

Si va incontro decisamente all’avventura, con i nuovi venuti. Quelle che per prime prendono la cosa sul serio a volte escono con le ossa rotte ritenendo – perché i media lo avevano sempre lasciato credere – che, con un credo islamico attenuato e contaminato, e modi e abbigliamenti che nulla hanno di fondamentalista – fosse caduta in disuso la tanto discussa poligamia; queste pioniere sottovalutano il fattore della condizione economica degli immigrati, che non sempre consente una serenità di comportamenti, la pressione che viene da lontano gravando come un macigno: i senegalesi sono in testa alla classifica delle rimesse alle famiglie, i meno ribelli al giogo familiare, tenuti moralmente a mantenere eserciti di persone…e chi si rifiuta, può anche evitare di farsi vedere.

 La socializzazione, per loro, non è in genere un problema, finché non si arriva a discorsi più seri. Pochi riescono a portare qui la moglie; le senegalesi single in Italia sono ancora relativamente poche (a parte quelle già nate o cresciute qui, quindi seconde generazioni) e il dibattito si infuoca e si arrota intorno ad alcuni punti fondamentali, quasi epitomi del primo evo migratorio dell’Africa nera.

Il figlio che nascerà sarà musulmano? Spesso sì, ci tengono. La moglie si convertirà? E’ atto gradito. Se si azzarda la visita ai parenti in loco, che accade alla coniuge toubab (bianca)?

Molte testimonianze riferiscono una sorta di assedio: decine di cugini in ennesimo grado, sorelle, fratelli e fratellastri (demi soeures, demi frères), di altre mogli (coépouses) del suocero o dello zio, veri e propri clan che controllano oppure, a vederla in positivo, accolgono e cercano l’interazione, ma con modalità talvolta vissute come opprimenti. Ci si sente accerchiate, obbligate a “fare come loro”, accusate di incapacità domestiche o ribellismo coniugale.

Frequenti sono le polemiche sul classico tema dell’europea vista come ghiotta opportunità di emigrazione o “bancomat”. La malcapitata dovrà vedersela con richieste di ricongiunzione o di denaro, pensava di stare in salotto a bere un caffé Touba e godersi la famosa teranga (accoglienza) senegalese, invece si ritroverà circondata da sguardi forse curiosi quanto lei, ma che non danno scampo? Talvolta le recriminazioni sono precedute dalla premessa un po’ benzodiazepinica: “non è il mio caso, ma so di altre”, che lascia sempre perplessi, o, se si è più cinici, divertiti.

In Italia gli sposi mix potranno condurre una vita almeno un poco simile a quella di tante coppie italiane, vacanze, domeniche fuori porta, macchina, cinema, oltre a ricorrenze familiari di un credo che non è il loro? Benché appunto rispettosi delle religioni altrui,  i nuovi generi risultano allergici generalmente alle tavolate all’italiana e alquanto irrequieti se si tratta di tombole, scoponi scientifici e chiacchiere nostrane. Anche l’aspetto formale viene sottolineato: diversi toni di voce e modi di intendere la convivialità fanno scambiare le risposte per polemiche e i silenzi per ostilità, quando forse è solo antropologia da armonizzare.

C’è chi azzarda paragoni con i nostri emigranti di un tempo, birichini a migliaia di chilometri di distanza (al riguardo, spassose e amare sono le vicende di Nino Manfredi in “Pane e cioccolata” o di Giancarlo Giannini in “Mimì Metallurgico”).

Trascorso circa un trentennio, abbastanza da tentare qualche statistica sommaria, il bilancio in realtà è ancora da trarre. Molte emancipate estreme si sono spinte laggiù, come già in Giamaica o in Egitto, per mero turismo sessuale, una pratica che secondo il clero locale (i marabut) avrebbe deteriorato la morale giovanile del paese; ma anche l’offerta femminile, più nascosta, non manca: ovviamente, quest’ultima, a favore maschile, è meno esecrata. 

Come capita spesso, in quelle aree geografiche, il visitatore nota un’oscillazione tra sessualità evidente e precoce, derivante da antica e primordiale assenza di nevrosi, e un moralismo religioso secondo alcuni sempre più traballante, e non solo per colpa della cattiva influenza occidentale. 

Chi ama quel paese per motivi artistici, in genere giovani musicisti o qualche politico liberal, finisce per adorarlo, ma il punto di vista non emozionale lascia obiettivi e professionali, o al massimo coinvolti quanto basta: non si mettono i piedi nel piatto.

E’ l’altra metà del cielo a farsi carico del problema. Schematizzare non è mai semplice, forse è inopportuno, ma per mera chiarezza di esposizione si potrebbe tentare una classificazione di massima di chi ha cercato l’amore “altrove”.

- ragazze romantiche e sognatrici, che talora si trasferiscono armi e bagagli, sposandosi in colorate e festose cerimonie locali;

- divorziate disponibili e pronte a qualche sacrificio;

- mature che un po’ amano e un po’ aiutano, magari chiudendo un occhio sui vizietti dei loro spesso aitanti partner;

- perché no, unioni in apparenza riuscite, o afflitte da problemi comuni alle coppie di tutto il mondo.

Pare che nella scelta giochi, più o meno inconsciamente, un sotterraneo o palese rifiuto dell’uomo connazionale, ormai visto come ostile rispetto ai gioviali e sorridenti senegalesi che, se pure smetteranno presto di sorridere, hanno regalato per un poco un’illusione non provata da tempo. La galassia delle interessate si è espansa anche nel sud Italia, più riottoso a unioni particolari; e le future generazioni di nati qui offriranno, si spera, spunti meno balbettanti di quelli cui ora siamo costretti.

Se i due (con eventuali figli) vivono in Italia, si entra comunque in un mondo nuovo, secondo il proprio temperamento: aderendovi in toto con entusiasmo e sincero desiderio di conoscenza, o tornando viceversa, sconfitte, alle proprie origini; oppure ancora, tenendosi ai margini e osservandolo.

Resta il fatto che il contatto cambia le prospettive e occorre saper gestire due aspetti di se stesse: quello dedicato all’Africa e quello conservativo del proprio background che, si capisce presto, non deve annullarsi, pena ritrovarsi considerate alla stregua di uno zombie, negli ambienti dove la propria vita deve continuare secondo canoni occidentali.

Da tempo si odono in web resoconti amari di signore disilluse, piantate, a volte progressiste armate di amore ideologico più che di sentimento profondo, attratte dalla fisicità dei compagni: che, come è noto, non compensa, alla lunga, il troppo che manca e le difficoltà peculiari del ménage.

Come andrà a finire? Ai posteri l’ardua sentenza, vorremmo dire. Però ci permettiamo di aggiungere: l’amore, quello vero, se c’è paga, e dovrebbe funzionare anche in questi casi.

Ricordiamo infine il nostro romanzo “Black Romeo” (Carmen Gueye – Eidon edizioni), prenotabile in formato PDF presso l’editore.