Un tempo la nobiltà era cosa seria e, almeno in Toscana, veniva divisa in due classi principali: quella dei Nobili per chi poteva vantare ascendenze ricoprenti determinate cariche cittadine o in possesso di un titolo feudale e quella dei Patrizi, per chi poteva dimostrare almeno duecento anni di nobiltà. La questione certamente aveva specificità diverse ma in sostanza era abbastanza semplice e il sovrano o la repubblica avevano una funzione di riconoscimento e non di concessione, poiché il diritto nasceva da un percorso famigliare e la differenza era il valore del tempo.

Oggi invece i libri o almanacchi nobiliari riescono a creare addirittura cinque cerchi e quattro bolge stabilendo una classifica piuttosto bizzarra.

L’ordine è evidentemente decrescente visto che inizia con le famiglie ex reali. Ma nonostante si parli di così alti profili, si può notare che ne mancano all’appello alcune di quelle che regnarono nella penisola. Il vincolo al Congresso di Vienna è come minimo irrilevante se non ridicolo; non fu altro che una mera spartizione territoriale per opera degli eserciti vincitori senza pietà per i vinti o gli spodestati. Pressappoco lo stesso che fece Napoleone durante il suo regno.
 
Il secondo cerchio, con le famiglie ovviamente sabaude, viene subito dopo le famiglie ex reali e non si comprende il perché. Innanzitutto il Regno Sabaudo durò un batter d’ali, circa ottant’anni, mal portati mi verrebbe da aggiungere, ma prima di loro nella nostra penisola non c’erano ominidi che si dondolavano sugli alberi ma uomini che scrissero duemila anni di storia; mille dei quali appartennero all’impero romano, unico e vero creatore dell’Europa moderna. In seguito arrivarono i Longobardi, i Franchi, l’epoca dei comuni, il rinascimento e la Rivoluzione francese, che spazzò via ogni residuo feudale e aristocratico.

La nobiltà nata nei tempi sabaudi è quindi figlia di una nuova epoca nella quale le divisioni tra nobili e plebei si erano quasi del tutto assopite a vantaggio della borghesia industriale e imprenditoriale. Una nobiltà onorifica quindi, priva di veri connotati distintivi, più simile agli attuali titoli cavallereschi repubblicani.

In questo cerchio si trovano anche le famiglie che ebbero una sentenza di riconoscimento dai tribunali repubblicani sino al 1966. Sappiamo bene che ci fu un interregno durante il quale i giudici emisero le più incredibili sentenze in contrasto ai principi costituzionali. Riconoscere queste provvedimenti giurisdizionali in ambito nobiliare è già di per sé imprudente ma inserirle addirittura nella prima classe è beffardo. Con il loro riconoscimento, si dovrebbe aprire anche a quelle famiglie ex reali che ebbero, già nei primissimi anni repubblicani, sentenze a loro favorevoli. A questo punto anche i lodi arbitrali avrebbero qualcosa da dire.
 
Al terzo cerchio, diviso in 4 bolge, appartengono le famiglie che si macchiarono di una nobiltà inferiore. Troviamo nella bolgia «a» la nobiltà pontificia, che francamente si fatica a vederla come inferiore, semmai potrebbe stare con una nobiltà estera. Nella bolge «b e d» sono elencate le famiglie riconosciute dall’Ordine di Malta e da altri Ordini cavallereschi, senza però tener contro del tanto sbandierato R.D. 652/43, art. 9 nel quale si stabiliva, con estrema chiarezza, l’impossibilità di accettare come prova dell’esistenza di uno specifico titolo nobiliare o feudale, il riconoscimento da parte del S.O.M. di Malta o di qualsiasi altro Ordine Militare Cavalleresco. La bolgia «c» è riservata ai titoli Umbertini concessi dall’esilio quando non era più Re. L’accostamento ai titoli Pontifici mi sembra abbastanza azzardato e il loro inserimento di fatto sdogana le fons honorum e quindi i titoli di tutte le ex case sovrane non debellate.
 
Finalmente entriamo nel quarto cerchio nel quale trovano posto le casate figlie di un Dio minore, scacciate e maltrattate dalle sorellastre più importanti. Sono quelle famiglie preunitarie colpevoli di affondare le loro radici nella nobiltà vera, quella che deteneva i poteri d’imperio nei propri feudi, che poteva accedere alle cariche cittadine e che era sempre esclusa dalle leggi per il popolo. Questa è l’unica nobiltà che possa definirsi tale, che cessa con la rivoluzione francese e che molto spesso non tenne riconoscimenti durante il regno sabaudo, perché il risorgimento non ebbe per tutti lo stesso significato e molti dei suoi rappresentanti non si adattarono alla nuova economia, cadendo in povertà, privi dei mezzi necessari a pagare gli alti costi del loro riconoscimento. Dovrebbe invece essere la prima, quella cui tutti si riferiscono. Resta per il momento in un anglo, come una cenerentola in attesa del suo riscatto. 
Nell’ultimo cerchio le famiglie “notabili” che tanto sembrano, forse sbagliando, quelle più disposte a sborsare cifre importanti per acquistare una copia dei preziosi volumi. L’elenco comprende le famiglie in  possesso di uno stemma o che abbiano ottenuto un certificato da parte di un ufficio araldico di stato o governativo. Molto ci sarebbe da dire in questa sezione ma la cosa più evidente è che un possesso di stemma viene accostato ad una certificazione statale o governativa. Eventuali riconoscimenti nobiliari effettuati da questi uffici non possono essere considerati da meno di una famiglia sabauda; entrambe si basano su un documento pubblico e ufficiale.
Il problema credo stia nel fatto che non essendo la nobiltà più riconosciuta, ognuno è libero d’inventarsi ciò che vuole per convincere gli altri di essere l’unico depositario di verità. Sappiamo però tutti che dietro questo genere di cose scorrono fiumi di denaro e il pericolo che ognuno remi per il proprio interesse è concreto.

La nobiltà quando aveva una funzione sociale e governativa, era una sola e si misurava in anni non in titoli o provenienza. Oggi avendo un valore privato, ognuno la può interpretare a piacimento, anche usando molta fantasia.