Il nome di Silvio Berlusconi è strettamente legato al nome della Fininvest. E' impossibile raccontare la vita del Cavaliere di Arcore senza raccontare anche quella di una holding che è l'unione di due termini ben precisi: Finanziaria d'Investimento.

La Fininvest viene fondata nel 1975 in un anonimo ufficio di Roma. Il suo ruolo è mettere ordine nel complicato puzzle delle società berlusconiane. Le quote della Fininvest vengono suddivise in trentotto holding, chiamate tutte allo stesso modo e contrassegnate solo da un numero progressivo: Holding Italiana prima, seconda, terza e così via fino all’ultima della serie. Le prime ventidue, però, diventano singolari, perché a ciascuna di queste viene attribuita una piccola quota del capitale della Fininvest. Una suddivisione puntigliosa che serviva, probabilmente, a mimetizzare operazioni di grande rilievo monetario, così da attirare meno sospetti e meno controlli.

Il capitale delle holding passa nelle mani di due fiduciarie: la Saf del gruppo bancario Bnl e la Parmafid. Il padrone vero, Berlusconi, resta nascosto nelle retrovie, emergerà solo nel 1978, quando, sui documenti della Fininvest, trasferita nel frattempo a Milano, appare, per la prima volta, il nome di Silvio Berlusconi come presidente della neonata società finanziaria. 

Gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono un vero buco nero nella carriera di Berlusconi, con flussi finanziari mai ricostruiti dalla Banca d'Italia in anni di indagini. In quel periodo, intorno a Berlusconi, cominciano a figliare una miriade di società intestate a insospettabili prestanome, come parenti, casalinghe, pensionati. Berlusconi cambia e ricambia denominazioni sociali in continuazione, ma non cambia mai la provenienza del denaro: la Svizzera.

Altri finanziamenti arrivano dalla Immobiliare S. Martino di Roma, di cui è amministratore Marcello Dell'Utri. I proprietari della S. Martino appartengono alla Banca Nazionale del Lavoro, un istituto finanziario diretto da personaggi iscritti alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli. Un'associazione segreta che arruolerà bene presto anche l'imprenditore di Arcore. L'affiliazione avviene nel 1978 e il pio sodalizio procurerà a Berlusconi vantaggi e finanziamenti oltre ogni merito e oltre ogni giustificazione.

Grazie a questi appoggi, la Fininvest diventa ben presto un colosso finanziario. Una cassaforte dentro cui cade una pioggia di denaro che viaggia da una holding all'altra alla velocità della luce. Almeno duecento miliardi di lire transitano sui conti delle ventidue holding che detengono l'impero Fininvest dal 1978 al 1985, seguendo giri talmente tortuosi che nemmeno i tecnici di Bankitalia riescono a ricostruire l'esatta provenienza dei soldi.

Quei flussi finanziari servono ad alimentare la Fininvest, impegnata anche nella costruzione di Milano 3, ma la loro provenienza resta avvolta dalle ombre. La Procura di Palermo sostiene che sono capitali mafiosi investiti nella Fininvest. La difesa parla di autofinanziamenti, ma non riesce a spiegare l'origine di tutta quella liquidità. Lo stesso consulente tecnico di Berlusconi, il professor Paolo Jovenitti, dovette ammettere l'anomalia di alcune operazioni dell’epoca.

Gli inquirenti provano a indagare sui conti Fininvest, ma si trovano davanti a un complicato organigramma di banche e fiduciarie sospettate spesso di riciclare denaro illecito. Un sospetto mai verificato, anche perché il sistema bancario elvetico è organizzato in modo tale da rendere praticamente impossibile ricostruire le fonti del denaro, favorendo in tal mondo la fuga verso i forzieri svizzeri anche di capitali di provenienza illecita. Una pratica, quest'ultima, seguita da centinaia di imprenditori italiani che, ogni volta che avevano bisogno di soldi in Italia, si servivano di spalloni per eludere i controlli della guardia di finanza.

Berlusconi era pure un "benefattore" delle Fiamme Gialle che, ogni volta che entravano negli uffici della Fininvest, vi uscivano con gli occhi bendati e le tasche piene di banconote. Come il maggiore Massimo Maria Berutti che, nel 1979, giuda un'ispezione alla Fininvest, presentando al Comando una relazione all'acqua di rose, nonostante le irregolarità tributarie riscontrate. L'anno dopo lascia la guardia di finanza e comincia a lavorare per Berlusconi, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e contratti dei calciatori del Milan. Berutti sarà condannato nel 1994 per aver tentato di depistare le indagini sulle mazzette elargite dalla Fininvest alla guardia di finanza. Ma lui, Berlusconi, naturalmente non ne sapeva nulla. Facevano tutto i suoi dipendenti, senza chiedere il permesso al loro capo. Pagavano di tasca loro, con slancio missionario.

Gli anni Ottanta sono gli anni del passaggio di Berlusconi dal settore immobiliare a quello televisivo. Una storia cominciata nel 1976, quando un ometto stempiato e imbrillantato si presenta negli uffici di una piccola emittente televisiva, Telemilanocavo, e la rileva al prezzo simbolico di una lira, accollandosi però i suoi debiti, che ammontano a venti milioni di lire. Quella piccola emittente viene comprata per intrattenere gli inquilini di Milano 2, ma presto si trasformerà nell'affare del secolo. La Fininvest battezza la Tv prima con il nome di Telemilano58, trasmettendo in tutta Milano, poi, nel 1978, la converte in Canale 5 e le trasmissioni entrano nelle case di tutti gli italiani.

Silvio Berlusconi è ancora un costruttore, ma ha capito che la televisione sarà il business del futuro. Il suo impegno come editore aumenta giorno dopo giorno e, con esso, aumentano anche i capitali sospetti. Tra il 1978 e il 1980 i sovvenzionamenti per il nuovo business ammontano già a ottantadue miliardi di lire. L'ennesima montagna di denaro la cui origine resta sconosciuta e permettono al nuovo “Genio” della finanza di spiccare il volo nel mondo della Tv.

Sono gli anni ruggenti dell'amico Bettino Craxi, l'uomo nuovo della politica italiana che, nel 1983, diventa capo del governo e guida la nazione con piglio deciso. Il leader del Partito Socialista farà molte leggi per Berlusconi, permettendogli di estendersi all'infinito in un Paese dove le televisioni commerciali erano diventate una realtà non ancora regolamentata. In quegli anni, come per magia, le principali banche italiane si mettono in fila per prestare soldi all'ex palazzinaro. La Fininvest riceve finanziamenti dalla Banca Popolare di Novara, dalla Banca Nazionale del Lavoro, dal Monte dei Paschi di Siena, dalla Cariplo, dalla Comit, dalla Banca di Roma, dal Credito Italiano. Nel giro di dieci anni la Fininvest diventa il terzo gruppo economico italiano dopo la Fiat e la Montedison, impiegando quasi ventimila dipendenti.

Non ci sono però solo l'ombra della mafia, la corruzione e le frodi fiscali ad aleggiare sull'immagine di Berlusconi, c'è anche l'occupazione abusiva dell'etere. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Roma, Torino e Pescara oscurano le reti Fininvest. Il motivo? Il Cavaliere trasmette i programmi su tutto il territorio nazionale, violando il monopolio della Rai, Tv di Stato. Non si può. È illegale. La legge consente alle televisioni private di trasmettere solo in ambito locale.

Ma il Berlusca se ne era fregato e proiettava i programmi da Milano a Palermo attraverso il metodo del "pizzone": registrava i programmi e poi spediva il nastro alle emittenti locali dislocate in tutte le Regioni che mandavano in onda lo stesso programma alla stessa ora. Si chiama "interconnessione funzionale". E' vietato. Berlusconi protesta, ma è costretto a ubbidire ai pretori e a oscurare le reti, con tutte le conseguenze economiche del caso, perché gli sponsor potrebbe stracciare i contratti pubblicitari e la Fininvest, che si è dissanguata per acquisire anche Rete4 e Italia1, rischierebbe il tracollo.

Il giorno dopo la censura, Berlusconi vola a Palazzo Chigi e chiede l'intervento del suo protettore Craxi che convoca un Consiglio dei Ministri e fa approvare un decreto su misura per legittimare le reti private su scala nazionale. Minaccia perfino di far cadere il governo se la sua legge non passerà in Parlamento. La legge passa e Berlusconi può riaccendere le Tv. Tutto gratis? No. Craxi non era un membro dell'opera pia, questo Berlusconi lo sapeva e, qualche tempo dopo la Legge Mammì che sanciva il monopolio televisivo privato della Fininvest, ricambia Craxi con una una maxi-tangente di ventitré miliardi di lire. Mai nella storia italiana si era visto un imprenditore versare una simile somma a un singolo uomo politico.

La maxi-tangente a Craxi arriva tramite la società All Iberian, una delle tante società off-shore aperte dall'avvocato David Mills nei paradisi fiscali. Berlusconi viene condannato in primo grado, ma la solita prescrizione arriva in suo salvataggio, evitando così di far piena luce sugli acquisti di Telepiú e di Telecinco, del calciatore Lentini, sulle scalate dei gruppi Rinascente, Standa e Mondadori.

Gli anni Ottanta, per Berlusconi, sono un pacchia, una festa infinita, una giostra che dura un decennio, prima di interrompersi bruscamente nel 1992, quando il pool milanese di Mani Pulite comincia a presentare il conto a molti dei "protagonisti" della Prima Repubblica. Tra questi c'è pure lui, l'imprenditore milanese. Dalla villa di Arcore, “scippata” per pochi soldi alla marchesa Annamaria Casati Stampa, erede minorenne della famosa dinastia lombarda, il Cavaliere pallido vede il fuoco di Tangentopoli divorare uomini, aziende e partiti; osserva il pool di Mani Pulite fare a pezzi un sistema che lo aveva coccolato nella bambagia e restituirglielo indietro a pezzi. Sapeva che prima o poi sarebbero arrivati anche da lui. Lo aveva avvisato pure Bettino Craxi dall'esilio tunisino: “Non ti illudere, la macchina giudiziaria arriverà anche da te”.

Quale sarebbe stato il suo destino? Scappare all'estero o finire in galera? Aveva pensato anche di costituirsi come avevano fatto centinaia di imprenditori che si erano presentati spontaneamente fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano, ma per farlo avrebbe dovuto rivelare ai giudici troppi segreti scottanti, cominciando con il dire chi si nascondeva dietro quelle ventidue misteriose holding svizzere.

Le indagini avevano già cominciato a lambire le sue aziende e i suoi uomini. Il pool capeggiato da Antonio Di Pietro stava indagando su una mazzetta di centocinquanta milioni di lire pagata da Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, a un dirigente della Dc per la gestione delle discariche lombarde. Il gruppo Fininvest era finito nel mirino per gli appalti della Coge di Parma; per alcuni palazzi venduti dalla famiglia Berlusconi al fondo pensioni Cariplo e ad altri enti pubblici; per l'apertura di un centro commerciale a Torino; per il budget su alcune campagne pubblicitarie televisive; per il piano delle frequenze televisive assegnate alle reti di Berlusconi; per finanziamenti irregolari concessi dalla Fininvest ai partiti; per false fatture e fondi neri di Publitalia, la concessionaria di pubblicità guidata da Dell’Utri.

Berlusconi sente il fiato delle procure sul collo. I suoi uomini e le sue aziende erano sotto la lente di ingrandimenti delle procure di Milano, Roma, Torino. Era solo questione di tempo e prima o poi sul patibolo del boia sarebbe finito pure lui. È in questo clima da caccia alle streghe che Berlusconi, privato ormai di tutti i suoi protettori e sostenitori, matura la più clamorosa delle decisioni: entrare in politica per salvare le sue aziende e se stesso dalla spada della giustizia.

Il resto è storia nota, ma è sufficiente questa breve biografia per capire come è nata la Fininvest e su quali deformità, brutture e storture ha potuto contare per diventare un impero economico. Se solo la memoria non avesse delle sincopi e buona parte dei media non fossero nelle mani di quest'uomo, cadrebbe ogni mito di Berlusconi, ogni agiografia epica di chi, pagato dallo stesso Berlusconi, ha voluto dare del Cavaliere un'immagine da salvatore della patria.

Nessun salvatore della patria, semmai un imprenditore e un politico senza scrupoli che ha pensato solo a fare leggi ad personam per salvaguardare i suoi interessi privati, fregandosene in fondo degli italiani. La favola del genio che si fatto da sé con un "fare" instancabile e meritevole di successo può essere creduta solo da chi, per ben quattro volte, lo ha eletto a capo del governo, perché, evidentemente, in quella malsana gestione della cosa pubblica si è ampiamente riconosciuto.