Il Movimento dei sacerdoti sposati condivide l'analisi teologica di Vito Mancuso. Il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, ha dichiarato che “Dio si serve del male per la nostra conversione”. Il video con le sue parole è riportato di seguito. È terribile. Dio si servirebbe delle morti e delle malattie di alcuni per convertire altri. È il punto più disumano e immorale della dottrina cattolica.


Mancuso stronca l’appello di Camisasca: «Punto immorale della dottrina cattolica». Il teologo critica duramente la “campagna di preghiera”. 


CONSIDERAZIONI SUL COMUNICATO DEL VESCOVO DI REGGIO EMILIA A PROPOSITO DELLA PANDEMIA
(dalla Pagina Facebook Vito Mancuso)

1. Testo. Dopo un breve intervento in forma aforistica nella giornata di ieri 6 marzo 2021, ritorno oggi sul comunicato di Sua Eccellenza Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, del 4 marzo 2021. Per favorire la chiarezza e l’onestà del ragionamento riporto anzitutto le sue parole, centro del suo comunicato, tratte dal settimanale cattolico reggiano “La Libertà”, organo ufficiale della diocesi (video disponibile anche su youtube). Dopo aver ricordato la crisi provocata dalla pandemia e il lavoro intenso e talora eroico di medici e infermieri, il vescovo ha proseguito così: “Accanto a tutto questo, si è insinuata nelle nostre menti una forma subdola di materialismo ateo che ci ha fatto rivolgere alla scienza come all’unico approccio possibile per l’affronto del male. Mentre rinnoviamo il nostro grazie agli scienziati e ai ricercatori e li invitiamo a continuare nella loro opera, siamo assieme consapevoli che la scienza non detiene le chiavi ultime della vita: esse stanno in Dio, nostro Padre, che segue, guida e corregge la nostra esistenza. Benché Egli non sia l’origine del male, in questo mondo imperfetto, segnato dal peccato e dalla morte, Dio si serve del male per la nostra conversione, per richiamarci a ciò che è essenziale, a ciò che resta, alla vita che non finisce”.

2. Esegesi. Nel brano proposto Mons. Camisasca sostiene le seguenti tre tesi: 1) le persone stanno diventando vittima di un subdolo materialismo ateo secondo cui la scienza è ritenuta “l’unico approccio possibile” contro il male; 2) la verità sull’uomo e sul mondo non è offerta dalla scienza ma da Dio; 3) la storia è governata da Dio che non è all’origine del male in essa presente ma di tale male “si serve” per la nostra conversione. La prima tesi è di tipo sociologico e riguarda la situazione presente; la seconda tesi è di tipo epistemologico e riguarda la fonte della conoscenza del vero; la terza è di tipo teologico e riguarda l’operato di Dio.

3. Interpretazione. Mi concentro sulla terza tesi, quella secondo cui “Dio si serve del male per la nostra conversione”, utilizza cioè la morte di alcuni per richiamare altri alla vita “che non finisce”. Essa è in perfetta coerenza con il Catechismo cattolico, nel quale si legge: "Dio permette che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande" (art. 412; sulla stessa linea gli articoli 311, 324, 395, 600). Mons. Camisasca è quindi in piena ortodossia, mentre io, che lo contesto, sono in piena eterodossia. A me però non interessa la coerenza con la dottrina magisteriale, bensì la coerenza con la vita, in particolare su argomenti così sensibili come la sofferenza degli esseri umani. Ebbene, io penso che la tradizionale impostazione cattolica espressa dal Catechismo e da Mons. Camisasca sia teoreticamente insostenibile, eticamente riprovevole e teologicamente foriera di un’insanabile contraddizione. a) È teoreticamente insostenibile perché non è possibile conciliare l’immagine di un Dio onnipotente e reggitore della storia con l’immagine di un Dio la cui essenza è amore assoluto e la cui volontà è solo bene. Infatti nella storia si dà la sofferenza degli innocenti, di cui le morti a seguito della pandemia sono un esempio, e tale sofferenza, alla luce dell’assunto dell’onnipotenza divina e del suo effettivo governo, non può che essere riportata a Dio. Secondo tradizione Mons. Camisasca afferma però che Dio non è all’origine del male. Come si può quindi a questo punto sostenere sia l’innocenza sia l’effettivo governo divino su ogni esistenza che da Lui sarebbe “seguita, guidata e corretta”? b) È eticamente riprovevole perché si tratta di una strumentalizzazione della sofferenza umana, il che è quanto di peggio si possa dire sul rapporto tra Dio e la sofferenza. Affermare infatti che Dio “si serve” del male per la nostra conversione significa affermare che Dio utilizza il dolore e la morte di alcuni esseri umani (che egli, onnipotente, potrebbe impedire) per convertire altri esseri umani, in questo caso “noi”. Egli sacrifica loro per noi. Vista la sua onnipotenza, Dio potrebbe evitare quelle morti, ma non le evita: le usa esplicitamente come mezzi per il bene di altri. Qual è la differenza tra questa prospettiva e la morale machiavellica secondo cui il fine (buono) giustifica i mezzi (cattivi)? Nessuna. Mons. Camisasca semplicemente sostiene che Dio “si serve” del mezzo (cattivo) della morte di alcuni per perseguire il fine (buono) della conversione di altri (noi). c) È teologicamente foriera di un’insanabile contraddizione, come dimostra l’opposta visione su questo tema di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI più volte documentata nei miei scritti. Nel libro Memoria e identità del 2005 Giovanni Paolo II spiega così la devastante presenza del male nel ‘900: “Ciò che veniva di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo. Succede, infatti, che in certe concrete situazioni dell’esistenza umana il male si riveli in qualche misura utile, in quanto crea occasioni per il bene”. Il papa polacco parla di necessità e di utilità del male. E per rafforzare la sua tesi aggiunge: “Non ha forse Johann Wolfgang von Goethe qualificato il diavolo come ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft – «una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene»?” E conclude: “In definitiva si arriva così, sotto lo stimolo del male, a porre in essere un bene più grande” (p. 27). Nel libro Fede Verità Tolleranza del 2003, quindi due anni prima del libro di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, allora cardinale, aveva scritto: “Il male non è affatto – come reputava Hegel, e Goethe vuole mostrarci nel Faust – una parte del tutto di cui abbiamo bisogno, bensì la distruzione dell’Essere. Non lo si può rappresentare, come fa il Mefistofele del Faust, con le parole: «una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene»”. E conclude: “No, il male non appartiene alla dialettica dell’Essere, ma lo attacca alla radice” (pp. 48-49). Abbiamo quindi un papa che fa sua la visione di Goethe e un altro che esplicitamente l’attacca. L’opposta valutazione della medesima frase (tratta dai versi 1336-1337 del Faust) indica due opposte visioni del rapporto Dio-mondo: per Giovanni Paolo II il male rientra nel progetto divino, è utile e necessario; per Benedetto XVI il male non rientra nel progetto divino, non è utile e anzi attacca la radice dell’essere.

4. Il vero motivo. Un tempo nelle coscienze queste contraddizioni potevano convivere controllate dalla forza del principio di autorità. Oggi non è più così e questa strumentalizzazione del dolore innocente appare scandalosa e provoca ribellione. Dopo il mio post del 6 marzo 2021 a commento delle parole di Mons. Camisasca ha scritto sulla mia pagina facebook Margherita Patrizia Feltre: “Io disabile in carrozzina non so quante volte l’ho sentito dire. È così che sono fuggita dalla Chiesa e da Dio… che dire… tutto sommato mi hanno aiutato a vederci chiaro”. La tradizionale impostazione cattolica favorisce l’allontanamento dalla fede e dalla vita spirituale. È più che sufficiente la storia del '900 per rendersi conto che non è più possibile tenere insieme onnipotenza di Dio ed essenza divina quale amore (un semplice consiglio bibliografico al riguardo: Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, 1987, tr. it. il melangolo 1993). Buona parte dei credenti lo ha capito da tempo. Alcuni però, tra cui Mons. Camisasca, continuano a riproporre l'impostazione tradizionale generando nelle coscienze inevitabile malessere. Perché? Credo che il motivo si chiami volontà di potenza. L'onnipotenza divina infatti è il punto di appoggio per la volontà di potenza dell'istituzione ecclesiastica. Per questo il vescovo biasima la gente che alle prese con la pandemia confida più nella ricerca scientifica che nella preghiera e polemizza con il materialismo ateo. Ma il materialismo non c'entra nulla: c'entra una vecchia dottrina contrassegnata da un'aporia teoreticamente insostenibile ed eticamente ripugnate e la volontà di potenza di un'istituzione che si ostina a insegnarla per non perdere il controllo delle coscienze. Per fortuna, però, il vento dello Spirito soffia da un'altra parte.

5. Conclusione. Vorrei concludere dicendo che naturalmente qui non è in gioco assolutamente nulla di personale con Mons. Camisasca. Un caro amico della sua diocesi mi ha segnalato un po’ sgomento il suo intervento, che altrimenti non avrei conosciuto, e io mi sono sentito in dovere di prendere posizione, dato che mi sta particolarmente a cuore la tematica teologica e filosofica dell’azione del male e del dolore innocente. Rimangono inevase almeno quattro questioni, due di tipo contenutistico e due di tipo formale. Le questioni contenutistiche sono: 1) che significato attribuire al dolore innocente, di cui le morti per Covid e molti altri eventi, tra cui in particolare le nascite con malattie genetiche, sono manifestazione? 2) come intendere l’azione di Dio nella storia e il suo rapporto con il male? Le questioni formali sono: 3) quale figura spirituale emerge da chi rifiuta di risultare ortodosso rispetto al Catechismo per privilegiare invece la propria coscienza e l’autentica vicinanza agli esseri umani? 4) come intendere il rapporto fede-scienza a proposito di chi detiene “le chiavi ultime della vita”? 


Vito Mancuso. Nato il 9 dicembre 1962 a Carate Brianza da genitori siciliani, è dottore in teologia sistematica. Dopo il liceo classico statale a Desio (Milano), ha iniziato lo studio della teologia nel Seminario arcivescovile di Milano, dove al termine del quinquennio ha conseguito il Baccellierato, primo grado accademico in teologia, ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Carlo Maria Martini all’età di 23 anni e sei mesi. A distanza di un anno ha chiesto di essere dispensato dalla vita sacerdotale e di dedicarsi solo allo studio della teologia. Ricevuta la dispensa papale, si è sposato in una parrocchia milanese con Jadranka Korlat, ingegnere civile. Dal matrimonio sono nati Stefano nel 1995 e Caterina nel 1999.


Fonte: (informazione.it - comunicati stampa - varie)