Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della Regia Questura di Napoli, ha i capelli impomatati e il ciuffo di Clark Kent ma non è un Superman. Non è neppure Montalbano, insopportabile figura di commissario "io so tutto" che ha il sadico piacere di umiliare il suo vice facendo sfoggio di intelligenza sopraffina e dando vita a un gioco delle parti che ricrea la coppia Topolino-Pippo, il cervellone e il citrullo (e quanto m'è antipatico il topastro, ve lo lascio immaginare). Questo nuovo eroe televisivo (meglio dire: un antieroe) non ha gana di tuffarsi nel golfo di Napoli alle sette di mattina per fare mostra di virilismo meridionale, quel codice di casta che vede il masculo mangiare, nuotare, ficcare, mordere la vita. Ricciardi gira per i vicoli oscuri con l'anima invasa dallo spleen di Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano. Un passo dopo l'altro, ci fa pensare a quanto è bella Napoli senza lo sfrecciare dei motorini dei giovani camorristi con gli occhi lucidi di droga.

Il personaggio creato da Maurizio De Giovanni è in grado di capire la morte più della vita, e infatti ha il dono soprannaturale di vedere i fantasmi delle vittime e sentirli sussurrare la frase che stavano pensando nel momento del trapasso. Nel primo episodio, il commissario indaga sull'omicidio del grande tenore Arnaldo Vezzi, barbaramente ucciso a colpi di forbici nei camerini del teatro San Carlo durante le prove dei Pagliacci, opera lirica di Ruggero Leoncavallo. Scopriamo che la vittima è amico intimo del duce e questo impone di preservarne la memoria, qualunque sia la verità. Ma la presenza del fascismo non appesantisce la trama, non è ancora bombardamenti, sangue e rovine. Solo una cornice. Qua e là, nello sviluppo della storia, compare qualche concessione al pubblico che ama i topi siculi e saccenti. Temo e mi domando se, episodio dopo episodio, l'anziana tata Rosa che prepara da mangiare al commissario non farà troppo pensare alla cameriera Adelina Cirrinciò, la cuoca di Montalbano. O il sottoposto ansioso che lo prega di recarsi dal vicequestore non assumerà i contorni della macchietta Catarella. Dio ce ne scansi e liberi.

La vita amorosa di Ricciardi è vuota più di un guscio vuoto. Solo sguardi innamorati e schivi con una timida ragazza che gli abita di fronte. Malinconia struggente di chi non ha una fidanzata che si fa 1500 chilometri per raggiungerlo in Sicilia e poi finisce dimenticata sotto il sole perché… «Scusami Livia, è un periodo di grande lavoro», «Scusami Livia, ma sono nervoso», «Perdonami, ma sono fatto così». E lei, invece di punirlo, gliela dà. Vigata 1, Boccadasse 0.

Il limite di Camilleri è stato quello di amare la sua terra in modo ideologico, furente. Accettando di cambiare il suo personaggio letterario in funzione del successo televisivo, lo scrittore empedoclino ha trasformato gli acidi di mafia in latte di mandorla. Per questo Fulvio Abbate lo definì uno Sciascia depotenziato, uno Sciascia "Hag", come il caffè decaffeinato.

Della serie, diretta da Alessandro D'Alatri, sono stati girati sei episodi. Il mio augurio è che Ricciardi possa mantenersi, dalla pagina allo schermo, sempre uguale a come il suo creatore l'ha pensato: introverso, malinconico, tormentato, triste, per molti versi non televisivo, ma tragicamente vero.