I naufraghi delle patrie

I naufraghi delle patrie


Vivevo in Germania in quel tempo e la questione rifugiati, sedicenti o così ravvisati, ebbe un primo emblematico caso in Rostock dopo la riunificazione tedesca, dove duemila vietnamiti (boat people: la gente delle barche) salvati a costi esorbitanti (centomila marchi ogni “salvato”) inviando navi al largo del Vietnam, si denotarono tutt’altro che propensi allo status di temporanei, ma a quello di spacciatori di droghe e sigarette ai danni dei tedeschi accoglienti. Credo che fossero gli inventori delle migrazioni con metodo “fatti naufrago che qualcuno ti salva e ti porta a casa sua” e apparve quasi una meraviglia meritevole della protezione dell’Unesco, sebbene alcuni sospettassero un espediente per espatriare, rilevando che se i comunisti volevano punirli, non era possibile imbarcarsi o non così facilmente.

Accaddero tumulti ostili alla comunità vietnamita e qualcuno appiccò un incendio all’immobile che li ospitava. Nessun danno alle persone e insignificante alle cose, ma l’impatto emozionale fu considerevole, in quanto portava in auge la questione dei falsi rifugiati o dei furbi che migravano nelle nazioni benestanti, per approfittare dei sussidi alle indigenze nelle varie forme. Da qualche mese i documentari su costoro venivano trasmessi regolarmente. Era giunto il momento del “sospirato ritorno a casa”, in quanto il Vietnam appariva stabilizzato e i “comunisti” giuravano che non gli avrebbero torto un capello, ma curiosamente anche la minima intenzione di farlo nei salvati era svanita. I tedeschi, oberati dei “fratelli” ex comunisti alla fame (testuale: la Germania “democratica” era in indigenza africana e se non si moriva di inedia, era grazie gli aiuti di quella “non democratica”, ma ricca...) si chiedevano del motivo per cui non tornassero nelle amate terre natie. Oggigiorno è assodato, che la maggior parte dei migranti usa l’espediente rifugio per abbandonare definitivamente l’Africa, mentre nell’Europa del “dopo muro”, gli avvenimenti di Rostock erano primizie che suscitavano scalpore.

La polizia constatava che, salvati dalle angherie dei compatrioti marxisti e dall’annegamento e sussidiati in decenti abitazioni e..., i vietnamiti si applicavano con zelo a spacciare sigarette di contrabbando e altro.  Le telecamere filmavano tutto. La polizia li arrestava, la roba sequestrata e appena rilasciati raggiungevano gli alloggi e un’ora dopo, le facce ghignate di sfida, ancora in strada allo spaccio quasi fosse un diritto inalienabile... “Tu mi salvi e io vendo il ‘fumo’ ai tuoi figli! Non sei contento?” La polizia li riprendeva... e si ricominciava! Ispezione (filmata) negli alloggi, merce dentro i materassi e in ogni ripostiglio, collaborazione di tutta la famiglia che dall’infante al nonno, davanti alla santabarbara domestica, affermavano: “noi contrabbando? No, no, noi fumare tutto!” Il relatore notava che ai costi del salvataggio e quelli del mantenimento (oltre mille marchi mensili ciascuno, per anni) si aggiungeva il danno del contrabbando e lo spaccio degli stupefacenti. Gli accordi prevedevano il ritorno in Vietnam appena possibile e adesso lo era, ma non lo volevano poiché, a loro dire, temevano il biasimo dei parenti e dei connazionali in genere!

Inutile sciogliere il primo inghippo, chiedere ai “salvati” perché ripagassero in quel modo i loro salvatori, né chiedere ai tedeschi di Rostock, del perché li odiassero tanto da appiccargli il fuoco... Fu un micro ambiente normalizzatosi nel tempo, che avrebbe palesato che sebbene i migranti siano mantenuti a un livello di dignità esistenziale, non basta a distoglierli dal dedicarsi al crimine. Le ragioni affondano negli anfratti delle culture dei popoli, ma permane che l’umano è predatore in istinto e si adegua agli ordinamenti civici, solamente se costretto da sanzioni effettive! L’educazione soltanto interferisce nella mente del predatore e dove le circostanze lo consentono, il profitto estemporaneo costituisce una tentazione irresistibile. Peraltro, nel caso dei rifugiati vi contribuisce lo stare in ozio per moltissimi anni o dediti in occupazioni fittizie o di indefinita utilità pubblica, favorendo l’avversare la monotonia con tutti quegli espedienti, che appaiono praticabili e accettabili in accordo alla loro percezione morale. La predazione è una “vergogna”, soltanto in ambienti culturali cristiani e asiatici compatibili... (Giappone...)

(Tratto dal libro “L’era del fuggitore” di Ulisse Di Bartolomei)

Categoria Cronaca
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