Di Maio chiude la vicenda Ilva e si arrampica sugli specchi per giustificarsi per non aver mantenuto una promessa elettorale

Di Maio chiude la vicenda Ilva e si arrampica sugli specchi per giustificarsi per non aver mantenuto una promessa elettorale

«In campagna elettorale avevamo detto che volevamo la riconversione economica con la chiusura dello stabilimento [dell’Ilva di Taranto]. Poi siamo arrivati qui e in un cassetto abbiamo trovato un contratto con cui il precedente governo si era già impegnato con un privato e che non si poteva annullare, nonostante la gara per arrivare al quel contratto fosse illegittima.»

Con questa pasticciata dichiarazione il ministro dello Sviluppo Di Maio ha cercato di giustificare agli elettori 5 Stelle, soprattutto quelli di Taranto e provincia, la decisione di non aver chiuso gli stabilimenti dell'Ilva.

Secondo Di Maio, la gara con cui Ilva era stata assegnata ad ArcelorMittal, e per cui erano da mesi in corso le trattative con le parti sociali per renderne esecutivo il passaggio, era una specie di segreto di Stato di cui nessuno era a conoscenza.

Arrampicarsi sugli specchi per Di Maio non è una novità. È un arte che aveva già messo in mostra un anno fa quando si era "presentato" a Londra alla comunità finanziaria rilasciando dichiarazioni contraddittorie sulla permanenza dell'Italia nell'euro. Lo ha fatto anche qualche settimana fa, quando ha cercato di negare qualsiasi responsabilità politica sul no dei 5 Stelle alla variante che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul ponte Morandi, in relazione al quale i pentastellati avevano negato l'esistenza di qualsiasi problema.



Rivoltare la frittata, condirla con un po' di illegittimità ed incartarla in un accordo migliore del precedente è per Di Maio la ricetta più che soddisfacente per nascondere le promesse mancate. Adesso, forse, lo ha capito pure lui che governo e propaganda non sempre possono andare a braccetto e che più urlate e roboanti sono le promesse fatte, più difficile è metterle in pratica.

Ed in fondo, la notizia odierna, non è tanto che Luigi Di Maio abbia formalmente chiuso il procedimento di gara di aggiudicazione dell’Ilva disponendo "di non procedere all'annullamento" - vorrei vedere come avrebbe potuto, dopo l'accordo tra parti sociali e ArcelorMittal - quanto quella che i 5 Stelle abbiano cominciato a fare i conti con la realtà.


Ma c'è un altro aspetto, che riguarda la questione Ilva, di cui tener conto. Oggi il ministero dello Sviluppo Economico, ovviamente su volontà del Ministro Di Maio, ha pubblicato il parere che lui aveva chiesto all'Avvocatura dello Stato in merito alla gara con cui gli impianti ex Riva sono stati assegnati ad Arcelor Mittal.

Nel parere, l'Avvocatura non ha parlato di illegittimità della gara, quanto di ipotesi di violata legalità, rimandando comunque qualsiasi decisione sul suo annullamento allo stesso ministero.

C'è da aggiungere poi la polemica dell'ex ministro Calenda che accusa Di Maio di aver mentito su quanto deciso dal precedente Governo nel modo di gestire i rilanci, sottolineando in proposito il placet dell'Avvocatura. In un paese serio, ha scritto Calenda, un ministro che distorce un parere istituzionale si dimette.



E tutto questo ad ulteriore riprova che propaganda e governo sono due piani distinti che non possono essere sovrapposti e che, regimi totalitari a parte, non possono mai andare d'accordo. Adesso Di Maio lo avrà capito?

Categoria Economia
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