Il reddito di cittadinanza continua a dividere gli italiani, come se aiutare le persone in difficoltà fosse un crimine e non un atto di politica sociale. Certi numeri dovrebbero far riflettere. Attualmente, in Italia, le persone in povertà assoluta sono 4,600mila. E una nazione moderna e avanzata come l’Italia, settima potenza economica mondiale e terza in Europa, non può permettersi di avere tante persone in difficoltà.

La situazione è migliorata nell'ultimo anno, con il numero dei poveri che si è drasticamente dimezzato. Le persone a rischio povertà sono diminuite di un milione, quelle in povertà assoluta di circa mezzo milione e chi rimane povero lo è un poco meno. La causa principale di tale miglioramento è l’istituzione del reddito di cittadinanza, una misura presente in tutta Europa e non solo in Italia. L’ultima ad averlo istituito è stata la Spagna, dove pure la disoccupazione e il livello di indigenza hanno raggiunto cifre record.

Il reddito di cittadinanza si propone tre obiettivi: 1) sostenere economicamente chi è difficoltà; 2) far lavorare i poveri che possono lavorare; 3) recuperare socialmente quelli che non possono più lavorare, causa salute fisica o mentale. Non c’è da stupirsi se questa misura è stata molto avversata e con argomentazioni che facevano riferimento solo al secondo tipo di “errore”: “Soldi ai nullafacenti”; “Così si invoglia la gente a starsene seduta sul divano”, “Lo Stato aiuta i disonesti e non si interessa dei lavoratori”, “No all’assistenzialismo”.

La verità è che queste sono solo chiacchiere da bar che non trovano riscontro nei fatti. Il primo obiettivo (sostenere i poveri e le persone a rischio di povertà) è stato abbondantemente raggiunto. Adesso le persone hanno più soldi in tasca e questo sta facendo salire i consumi, la produzione e, di conseguenza, anche i posti di lavoro. Il secondo obiettivo (sistemare i beneficiari del reddito) invece finora è riuscito solo in parte, dato che solo una determinata percentuale di percettori del reddito ha finalmente trovato un lavoro. Ma, causa anche la pandemia che ha ridotto le opportunità occupazionali, la maggior parte di coloro che percepiscono il sussidio è ancora in attesa di essere inserito nel tessuto produttivo. Per quanto riguarda il terzo obiettivo (aiutare chi non può più lavorare) a oggi non vi sono dati sufficienti per dare un giudizio.

Resta però la solita accusa mossa dai detrattori del Rdc, secondo cui questa misura favorisce l’indolenza e la pigrizia dei poveri (come se la povertà fosse una colpa dei poveri e non un’ingiustizia sociale).  Finora il reddito di cittadinanza è costato 4 miliardi nel 2019 e poco meno di 6 miliardi nel 2020 e c’è stato un coro di voci di protesta, come se con 10 miliardi di spesa l’Italia andasse in bancarotta più dei 150 miliardi di evasione fiscale all’anno da parte di commercianti e imprenditori.

Eppure sono pochissime le voci contrarie ai  provvedimenti tesi ad aiutare i ricchi: abolizione dell’Imu che costa 4 miliardi; il superbonus alle famiglie con redditi alti, che costa 10 miliardi l’anno. Senza contare che lo Stato regala 8.000 euro a chi compra un’auto elettrica, 4.500 a chi compra un’auto ibrida, 260 milioni alle aziende delle acque minerali, 1.316 milioni alle proprietarie di centrali elettriche a combustibili fossili. Si sono fatti molti regali ai ricchi (abolizione dell’IVA sui beni di lusso, riduzione delle aliquote IRPEF per i redditi alti, diminuzione delle tasse di successione ecc.) e solo pochi hanno protestato. Insomma in Italia ci si indigna solo quando sono i poveri a essere aiutati.