Criminal law and Neuroscience

Criminal law and Neuroscience

L'argomento in trattazione in questa sede è il rapporto che sussiste tra le Neuroscienze forensi e il Diritto penale e la valutazione che ne consegue, in capo al soggetto attivo di reato, della capacità di intendere e di volere alla luce delle scoperte sia nel campo della genetica comportamentale nonché della rilevazione di possibili anomalie anatomiche a livello cerebrale, tali che posano essere introdotte in processo tramite perizie e consulenze tecniche.

Quanto appena narrato, ancorché appartenga al patrimonio delle cronache giudiziarie, appare peraltro caratterizzato da un certo sapore scientifico di stampo lombrosiano, poiché, alla luce delle scoperte in campo neuroscientifico, si dibatte se il libero arbitrio possa essere messo in discussione. Invero, le neuroscienze in campo forense non sono state sin dal loro esordio nel nostro paese del tutto accettate ma, ironia della sorte, è proprio in Italia che la corrente neuroscientifica forense (denominata anche "Neuro-diritto") ha assunto il ruolo di "apripista" verso una nuova concezione del diritto penale sostanziale, con possibili influssi nel campo del processuale.

Questa nouvelle vague scientifica va a toccare il cuore di differenti istituiti giuridici del diritto penale, sui quali temi più volte si sono misurati nelle aule di giustizia la magistratura requirente e gli avvocati incaricati. Temi quali: la capacità di intendere e di volere e la conseguente dichiarazione di non imputabilità del soggetto attivo di reato (artt, 85 e ss. c.p.) ovvero la sua intrinseca o manifesta pericolosità sociale (art.203 c.p.). Inoltre, e per quanto concerne il campo processual-penalistico, le neuroscienze custodiscono in sé le potenzialità per appurare la reale attendibilità delle dichiarazioni fornite da un soggetto nel procedimento penale.

Chi ha avversato le neuroscienze appare dimentico che la sacralità del processo penale è data non tanto dalla valorizzazione della norma all'interno del procedimento, quanto dalla presenza (anche tramite mera rappresentanza defensionale) di un soggetto umano. Quest'ultimo, quando sottoposto a un giudizio, è portatore di un background di vita da valutarsi ante e post commissione del fatto reato, ma soprattutto l'" uomo criminale" è innanzi tutto un soggetto umano, prima che un criminale (ove si dimostri la sua colpevolezza), costituito da un apparato anatomo-fisiologico cerebrale e in particolar modo genetico. Tali considerazioni, per massimo tuziorismo, appaiono epistomologicamente insopprimibili innanzi a ogni Giudice, anche al fine della realizzazione del "Giusto Processo". In questo risiede la sacralità del processo penale, ed ecco perché si dice che i processi "non si fanno", bensì "si celebrano".

Attenzione, quanto esplicitato non deve essere ovviamente inteso esclusivamente nell'ottica di una sorta di strenua difesa pro reo, bensì come una sorte di campanello d'allarme ai fini dell'individuazione dei sintomi di una pericolosità sociale del soggetto volta alla tutela di un'ipotetica vittima di reato (si pensi ad esempio alle fattispecie delittuose commesse mediante violenza ove la persona offesa versi in particolari condizioni psicologiche a causa o di un acting out impulsivo d'impeto, ovvero, in virtù di una programmazione di reiterate azioni persecutorie nei confronti di qualcuno).

Il termine "Neuroscienza" compare all'incirca negli anni 1970; questo campo di studi si prefigge di valutare il sistema nervoso (connessioni neuronali) esaminato sia dal punto di vista anatomico, oltre che genetico e funzionale. Tale network neurale è alla base di atti volitivi o meramente emotivi. Per quanto concerne il termine "Neuroscienza", appare oggi più corretto parlare di "Neuroscienze". Queste ultime sono finalizzate a indagare con quali modalità il sistema nervoso centrale, che trova il suo apogeo nel cervello, organizzi i fenomeni mentali che poi si traducono in comportamenti umani. Per quanto attiene invece il tema trattato in questa sede, ovvero l'aspetto giudiziario, le Neuroscienze forensi analizzano in maniera multidisciplinare l'anatomia del cervello mediante tecniche di radiologia che esplorano le aree dell'encefalo particolarmente interessate ai fenomeni devianti in sinergia con la genetica comportamentale.

Come già accennato, appare quindi fondamentale per la partica forense, la comprensione dei vantaggi che le neuroscienze sono in grado di apportare agli operatori delle sedi tribunalizie al fine di produrre una fotografia biologica dell'indagato/imputato circa la sua reale capacità di intendere e di volere (ciò potrebbe valere anche per il condannato valutato in un ipotetico processo di revisione). Nel campo invece della fonte di prova dichiarativa (siamo quindi in ambito processuale) le neuroscienze sono volte ad appruare la veridicità delle dichiarazioni fornite da un soggetto sia come teste, che in veste d'imputato sottoposto a interrogatorio o come soggetto ascoltato nelle sommarie informazioni.

Come si suddividono le Neuroscienze forensi? Ebbene, per quanto concerne le tecniche volte a indagare la morfologia del cervello sono usualmente impiegate tecniche di neuroimaging in ambito processuale, così che molti giudici considerano essenziali le analisi effettuate con tali sistemi diagnostici al fine d'indagare il comportamento violento nell'uomo studiando determinate aree cerebellari.

Il cervello umano è suddiviso in Telencefalo, Diencefalo, Mesencefalo, Metencefalo. La porzione cha maggiormente interessa a livello di comportamento violento è il Telencefalo. Nel Telencefalo è insito il sistema limbico che rappresenta la sede delle emozioni. La corteccia prefrontale controlla invece le pulsioni aggressive e il sistema paralimbico è la zona del cervello che elabora le emozioni. Questi distretti anatomici, al fine della valutazione della capacità di intendere e di volere e quindi della comprensione della mens rea, sono esplorati
mediante sofisticati sistemi di visualizzazione cerebrale che si dividono principalmente nelle seguenti aree: analisi computerizzata del tracciato EEG, che compie un mappaggio selettivo dell'attività elettrica di specifiche aree cerebrali, la TAC (tomografia assiale computerizzata), la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la tomografia ad emissione di positroni (PET), la magnetoencefalografia (MEG), la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli (SPECT).

Il modello alla base di queste tecniche si basa principalmente sullo scambio d'informazioni che si realizza attraverso le connessioni sinaptiche; per far in modo che ciò occorra a livello cerebrale, occorre un'energia che nel cervello è prodotta bruciando il glucosio con l'ossigeno. Questi ultimi composti sono trasportati dal sangue e affluiscono in maggior misura là dove l'attività cerebrale è in corso. L'indagine di neuroimaging PET misura appunto il consumo di glucosio, mentre la fMRI rileva il flusso ematico. Nel sistema limbico è particolarmente rilevante l'amigdala che è coinvolta negli attacchi predatori e affettivi e l'ippocampo che regola gli istinti aggressivi. La letteratura ha accertato che una ridotta funzionalità dell'ippocampo è associabile ad alti livelli di psicopatia e inoltre gioca un ruolo primario nel condizionamento alla paura e nella risposta emotiva. Una disfunzione dell'amigdala conduce alla manifestazione di comportamenti impulsivi o addirittura violenti specialmente nei reati commessi con dolo d'impeto. Una diminuzione del volume dell'amigdala pari al 18% può essere invece alla base di comportamenti sociopatici.

Per quanto invece attiene alla genetica comportamentale, lo studio di alcuni alleli (gli alleli sono la forma alternativa di un gene) ha permesso di comprendere che esiste un rapporto tra genetica e crimine e ciò attraverso l'esame di un enzima monoamina-ossidasi MAOA (allele MAOA-L) sito sul cromosoma X e il catecolo O- metiltransferasi COMT, che regolano la funzione dei neurotrasmettitori come la serotonina, il primo, e la dopamina il secondo. Le monoamine (tra le quali si includono le sopra citate serotonina e dopamina) sono diffuse nel sistema nervoso centrale con funzioni deputate tra le altre all'attenzione e dell'umore, oltre all'ansia ed all'irritabilità.

Ampia letteratura ha dimostrato che i soggetti in possesso di alterazioni del sistema monoaminergico, in particolare la variante corta del suddetto gene MAOA (allele MAOA-L),sono ritenuti maggiormente inclini a rispondere con elevata aggressività allo stress ed alcuni stimoli esterni. Mentre le anomalie nella serotonina potrebbero indurre una minore capacità di adattamento alle condizioni ambientali sfavorevoli e conseguentemente cagionare una disfunzione dei sistemi deputati a mitigare il comportamento impulsivo-aggressivo. Le considerazioni sino ad ora espresse parrebbero farci propendere per una visione giuridica, nel cui contesto il libero arbitrio umano appare del tutto offuscato e in balia di un puro determinismo in grado di confutare l'istituto giuridico relativo all'imputabilità del reo. Tuttavia, le cose non stanno proprio in questi termini.

Attualmente, sebbene il gene del male non sia stato ancora identificato; tuttavia copiosa letteratura in argomento ci avvisa che la valutazione del soggetto di reato non può più essere ancorata a vetusti parametri esclusivamente di matrice giuridica, sottovalutando il campo neuroscientifico. Basti pensare al panorama statunitense, nel quale alveo si enumerano in migliaia le sentenze in ambito neuroscientifico. Peraltro, e non è cosa da poco, occorre considerare che, oltre ai vantaggi sopra descritti, le neuroscienze possano intervenire nella commisurazione della pena ove accertato che il reo sia portatore di anomalie cerebellari o di particolari alleli in grado di predisporlo alla violenza.

In Italia, in giurisprudenza, si è parlato di "vulnerabilità genetica", quest'ultima in grado di influire sull'aspetto psicologico del reo, e quindi si discute non di una soppressione in toto del libero arbitrio, bensì nuova visione del concetto d'imputabilità e della pericolosità sociale che, si ricorda, non è mai presunta, bensì accertata caso per caso (l.10-10-1986 n.663).

E' invero "vulnerabile geneticamente", e pertanto dichiarabile parzialmente o totalmente incapace di intendere e di volere, chi possiede, nel proprio corredo cromosomico uno o più alleli come quelli poc'anzi descritti (ma in letteratura ne esistono molti altri) in grado di predisporlo a compiere atti violenti (Corte di assise d'appello di Trieste,18/09/2009-1/10/2009, Bayout). Le anomalie a carico dell'encefalo, come quelle appena elencate sono fortemente sintomatiche dell'incapacità (totale o parziale) di intendere o di volere così come si verificò a Como (Tribi. Di Como (G.i.P.) 20/05/2011,n.536, Albertani). Nel predetto caso in rassegna, furono ulteriormente identificati tre alleli predittivi del comportamento criminale. Anche ove le istanze difensive non producano gli effetti sperati in vista di un riconoscimento ex artt. 88,89 c.p., esse tuttavia possono contribuire sull'iter decisionale del giudice aprendogli nuovi orizzonti di pensiero (in questo senso: Corte d'assise d'appello di Venezia, 14/08/2008, Favaro).

E' tuttavia doveroso rilevare che le tecniche neuroscientifiche, che peraltro sono in piena evoluzione, possono altresì assumere piena valenza nel processo di revisione (artt.629 e ss. c.p.p.), basti infatti pensare all'aspetto che attiene alla legittimità dell'ingresso di nuove tecnologie scientifiche nel processo penale, le quali, ad esempio, potevano non essere esistenti al tempo della sentenza definitiva (per tutte Cass. I^ Sez.Pen. novembre 2001, n.1513). Come si era accennato in esordio, le neuroscienze forensi possono riguardare anche la procedura penale al fine di appruare la veridicità di una fonte d'informazione. Siamo pertanto nel vaglio della prova scientifica; quest'ultima può trovare ingresso, ovvero sbarramento in processo ex artt. 189 (prove non disciplinate dalla legge) e art.192 c.p.p.

Diversi sono gli strumenti offerti dalle neuroscienze cognitive quali: lo IAT (Implicit Association Test) e il TARA (Time Antagonistic Response Alethiometer). Entrambi i test hanno il precipuo scopo di rilevare se una possibile vittima di reato conservi all'interno della propria memoria il genuino ricordo della violenza subita e se pertanto le dichiarazioni rese siano caratterizzate dalla verità del vissuto. La somministrazione dei predetti test, appare intuibile, potrebbe altresì valere anche per un'indagine sul reo affinché sia appurato se costui sia effettivamente l'autore del delitto.

E' tuttavia doveroso rivelare che l'ingresso delle neuroscienze forensi, volte a comprendere la veridicità delle dichiarazioni, resta subordinato all'applicazione dell'art.188 c.p.p. che, come è noto, vieta l'utilizzo di metodi e tecniche idonee a influire sulla libertà di autodeterminazione o alterare la capacità di ricordare i fatti, anche se molti giuristi propendono per un possibile aggiramento della richiamata norma, atteso che queste tecniche consentono di fare emergere il ricordo nella persona, ma senza tuttavia modificarlo. Nello stesso novero deve essere assimilato anche il divieto di perizia psicologica ex art 220 c.p.p.; detta norma rimane invece applicabile in fase di esecuzione della pena. Deve essere comunque rilevato che l'impiego di neuroimaging, il cui utilizzo avviene nei delitti contro la persona, potrebbe trovare naturale alveo di collocazione all'interno del rito abbreviato utilizzando i pareri degli esperti ed evitando lunghi processi anche in Corte d'assise.

In conclusione, e alla luce delle esposte considerazioni, appare difficile oggi disattendere, per il giurista moderno, le potenzialità che le neuroscienze forensi possono dispiegare nel procedimento penale e, per quanto avversate dai sostenitori della norma fine a se stessa, il disattendere tout court i progressi della scienza nel campo dello studio dell'iter criminis e della personalità del reo appaiono anacronistiche e dannose sia per il soggetto sottoposto a procedimento, che per la società. Lo studio del neuro crimine non sarà quindi l'ultima carta che il difensore potrà utilizzare nel processo. Allo stesso tempo per il legislatore, de iure condendo, valga l'auspicio che il codice penale opportunamente si adegui alle innovazioni che questi nuovi comparti scientifici oggi producono nella valutazione della mens rea.

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