Continua a tenere banco l’annosa vicenda che riguarda il reclutamento dei precari della Scuola. In una disamina pubblicata sul suo profilo Facebook l’Avvocato Walter Miceli di ANIEF spiega punto per punto il perché la procedura di assunzione per titoli e servizio non solo è costituzionalmente valida, ma che a tale procedura si ricorre da tempo per il reclutamento dei docenti nella scuola italiana.

Di seguito la disamina:

“La tesi secondo cui il concorso selettivo sarebbe l’unico canale di assunzione degli insegnanti è falsa.È falsa in punto di fatto.La maggioranza degli insegnanti della scuola pubblica italiana è entrata di ruolo senza vincere un concorso, ma con lo scorrimento della graduatoria permanente per soli titoli (ove si accedeva anche previo superamento di una semplice procedura abilitante).È falsa in punto di diritto.La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 41 del 2011, giudicò questo sistema di reclutamento basato sul doppio canale (concorsi più graduatoria per soli titoli) perfettamente legittimo sotto il profilo costituzionale. Secondo la Consulta, infatti, " Dal quadro normativo sopra riportato si evince che la scelta operata dal legislatore con la legge n. 124 del 1999, istitutiva delle graduatorie permanenti, è quella di individuare i docenti cui attribuire le cattedre e le supplenze secondo il criterio del merito. Ed invero, l’aggiornamento, per mezzo dell’integrazione, delle suddette graduatorie con cadenza biennale, ex art. 1, comma 4, del decreto legge 7 aprile 2004, n. 97, è finalizzato a consentire ai docenti in esse iscritti di far valere gli eventuali titoli precedentemente non valutati, ovvero quelli conseguiti successivamente all’ultimo aggiornamento, così da migliorare la loro posizione ai fini di un possibile futuro conferimento di un incarico.La soppressione del canale di reclutamento per titoli e servizio, peraltro, determina una evidente violazione della clausola 5 dell’accordo quadro allegato alla direttiva UE 1999/70 in materia di abusiva reiterazione dei contratti a termine. E ciò tanto più alla luce della recente evoluzione normativa in materia di reclutamento della scuola pubblica e, in particolare del D.L. 87/2018 che, con l’art. 4-bis, ha eliminato la durata massima complessiva di 36 mesi, anche non continuativi, per i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati con il personale docente.L'ordinamento italiano, dunque, ha soppresso ogni limite temporale alla reiterazione dei contratti a termine nel comparto scolastico, con la conseguenza che, in tale comparto, rimane un solo strumento per prevenire l’abuso dei contratti a termine: il meccanismo di scorrimento delle graduatorie per titoli e servizio utilizzabili ai fini delle assunzioni a tempo indeterminato.Tale tesi è stata condivisa anche dall’Avvocatura dello Stato nella causa svoltasi innanzi alla Corte di Giustizia Europea. Nei suoi scritti difensivi, infatti, lo Stato Italiano ha sottolineato come la normativa sul reclutamento del personale scolastico a tempo determinato, pur non prevedendo la durata massima dei rapporti di lavoro o il numero massimo di rinnovi, è comunque congegnata in modo da salvaguardare il personale precario contro i rischi di un uso distorto di tale strumento. Il meccanismo di assegnazione delle supplenze, letto in combinazione con le regole sul doppio canale del reclutamento nei ruoli, costituirebbe infatti uno strumento per superare il precariato, e non per alimentarlo, in quanto il lavoratore a tempo determinato è inserito in un percorso che - sia pure in tempi non definibili a priori - lo conduce verso l’assunzione in ruolo. In altre parole, la circostanza che il reclutamento a tempo indeterminato di una parte del personale scolastico avvenga attraverso graduatorie nelle quali sono inseriti i lavoratori a tempo determinato - e dunque che molti supplenti possano prevedere in modo attendibile i tempi di assunzione in base al punteggio acquisito in graduatoria - fa si che per il personale scolastico la distinzione tra il lavoro a tempo determinato e il lavoro a tempo indeterminato sia meno netta che in altri settori e conseguentemente siano molto attenuati anche i rischi della condizione di precarietà che la disciplina europea del lavoro a tempo determinato vuole prevenire.Infine, delle lacune dell'ordinamento italiano in materia di prevenzione dell'abusiva reiterazione dei contratti a termine è convinta anche la Commissione Europea che, in data 25 luglio 2019, su sollecitazione dell'Anief, ha aperto una nuova procedura di infrazione contro l’Italia per il ricorso reiterato ai contratti a tempo determinato e per l’assenza di strutturali misure di prevenzione  e di sanzione dell’abuso.”