La chiave del benessere

La chiave del benessere

Non c’ero, ma la prima forma di interazione di scopo, deve essere stata la caccia e la difesa. La seconda, che correlava anche individui in  altre circostanze nemici o prede l’un l’altro, dovrebbe essere il mercanteggio: cooperazione tra compatibili, ma anche tra genti del tutto o in parte incompatibili, come oggigiorno avviene. Ho amici islamici e acquisto nelle loro macellerie, ma la mia amicizia è gestita dal mio retaggio cristiano e trascende il significato ponderato e le peculiarità del contesto interpersonale, dacché il mio retroterra etico ha nulla di condivisibile con quello mussulmano. Se in Occidente lo scambio mercantile tra mussulmani e non, venisse meno, rimarrebbero gli incontri diplomatici per discettare sulle mancate integrazioni, che le masse migranti hanno reso problematiche.

Questa peculiarità del mercato, è la dote più preziosa nel consentire vicinanze funzionali, anche tra genti che nell’interlocuzione di principio sono inconciliabili, ma producendo utili oggetti, si avvicinano per scambiarseli. Quante volte si ode...  “Quel tizio non mi piace, ma se vende a buon prezzo, non importa... mica lo sposo!” Oppure... “Che gentaglia deve capitare nel mio negozio, ma i soldi non odorano...” Antica allegoria di universale validità!Questo pragmatismo è un pregio basico della cultura mercantile: non validare la persona, ma la funzione servizio a cui ottempera. È il criterio irrinunciabile, per un convivio dove i membri hanno le migliori probabilità di morire per cagioni naturali. Nell’era dei barbari, questi pensieri neppure sovvenivano, dacché era la forza a decidere chi si teneva il bene, spesso sottraendolo a chi lo aveva prodotto! Incontrarsi è già un progresso, per attenuare l’ansia incussa dalle incognite dall’estraneità.

La fiducia instaurabile nello scambio protratto, incoraggia il proseguo dell’affezione alla normalità conviviale. Il baratto detiene indubbio fascino, in quanto riporta alla purezza naturale degli avi “appena scesi dagli alberi” e il dilemma se alla predazione qualche maniera cooperativa fosse da preferire, comincia ad affacciarsi nel pensiero. Per coloro desiderosi di condurre all’estremo effetto la bramosia di equità sociale proposta nel marxismo, il baratto è il criterio ultimativo. Con esso, qualsivoglia arricchimento diviene impossibile e il contralto migliore/peggiore, che tanto assilla il “vero comunista”, si annulla in maniera risolutiva... quasi: i sentori di inadeguatezza che possono sovvenire a tediare chiunque, nessun baratto vi può risolvere.Qualcuno potrebbe obbiettare, che in condizione di equità nessuno si sentirebbe inadeguato, ma qui stiamo in un ambito utopico e preferisco non dilungarmi in speculazioni su ciò che può essere interessante soltanto come esercizio teorico. Dissertiamo sul mercato/denaro, quel connubio che nel “rendiconto storico”, è emerso come strumento di una razionalizzazione tecnicamente più efficace delle risorse economiche, affidabile nella perdurabilità in tempi generazionali e facilmente riavviabile dopo gli inevitabili incidenti, che l’umanità sembra non riuscire a evitare e senza che alcun governo dispotico lo imponga. Il mercato debellò le pianificazioni di genesi più o meno atee e c’è la cagione di tanta “potenza”: sebbene le risorse muovano indotte da causali differenziate, è l’esercizio mercantile a consentire l’assegnazione dei valori in moto, identificare l’entità dei passivi sostenibili e i progetti di sviluppo ragionevolmente realizzabili. Peraltro, più avviene muovendo una quantità maggiore di tipologie di prodotto, più il potere di acquisto del denaro aumenta, in quanto si moltiplicano le dinamiche del valore aggiunto.

I comunismi ridussero drasticamente le diversificazioni tipologiche delle fruizioni, in scopo di annichilire la cultura del consumo edonistico o voluttuario, ma ne ottennero una divisa valutaria con un potere di acquisto meramente politico e l’inarrestabile rovina verso un fallimento epocale. Il mercanteggio consente di attribuire valori comparativi, su risorse dislocate, distribuibili o reperibili a distanze continentali, producendo un immaginario globale e condivisibile sul valore, dove i singoli e le comunità progettano ed edificano. L’umano potrà incorrere nelle disgrazie peggiori, ma troverà sempre da scambiare per consentirsi una sociale ripartenza e la pratica affettiva non dipendente dall’empatia personale. Lo smercio è l’utensile sempre disponibile, sintanto il pianeta ci offre i suoi frutti. Mercato e denaro, i fantastici veicoli del benessere strutturato! Per operare al meglio abbisognano del socio più prezioso: un soldo nella salute migliore!

Di solito se ne abbisogna un capitale… Tramite esso, lo smercio crebbe in misure planetarie, accompagnando il percorso umano alla prosperità per ognuno. Tramite l’accumulo “in capitale”, si sono potute costruire infrastrutture grandiose e gli individui vi edificano le speranze migliori, poiché inevitabilmente obbligate a una fruizione non egoistica. Le infrastrutture sono la logistica dei popoli! Anche se nate per gli agi di pochi, nel tempo  divengono accessibili a tutti coloro che hanno la fortuna di nascere in questo meraviglioso pianeta. Tutti ne possono fruire e sono tra i primi esempi di libertà sociale. Erano il biglietto da visita dei Romani presso i “barbari”, che non erano contenti di venire comandati, ma quando vedevano i ponti, le terme e i tribunali, cominciavano a pensare che in fondo non era male lavarsi spesso, attenersi a regole conviviali e... pagare le tasse! In verità, quest’ultima regola l’ho aggiunta ritenendolo appropriato, ma sul suo gradimento mi permangono ostici dubbi, comunque la cultura gestionale planetaria si è poi avviluppata su tale logistica, sopravvivendo sulle altre e quindi...

Questo percorso peculiarmente migliorante, è divenuto una sorta di esperanto relazionale, che seppur basato sull’interesse del singolo, assicura un benessere dignitoso per miliardi di persone e quelli che ne rimangono esclusi, si denotano osservanti in culti che combattono l’opulenza, reputandola ostacolo alla legittimità dogmatica. Non stiamo prossimi al debello della povertà, che abbisogna di una confacente cultura nonché di una formazione individuale adeguata, ma considerando le condizioni delle genti nella storia, lo scambio coadiuvato dall’utensile denaro, ha fatto ciò che altri criteri non hanno potuto. Il secolo scorso dimostra che popoli demotivati nel cooperare, per cagioni mistiche o filosofie socioeconomiche antitetiche, si sono avvicinati e permasti in contatto in articolate cooperazioni, sino rimuovere le tensioni militari e infine divenire amichevoli.

Il veicolo mercantile dunque, funzionò come fu agli albori della civiltà: un tramite che consentì ai popoli di avvicinarsi e conoscersi, comprendendo che costruire insieme, era più utile che avversarsi! Questo genuino talento del mercanteggio non è goduto dai culti, abbisognando di tortuose trattative che spesso acuiscono storiche inimicizie. La loro inefficienza è comprovata dalle odierne migrazioni: intere comunità si spostano alla ricerca del consumo strutturato, brandendo i loro culti come scudi a protezione di un modo di concepire, che seppur fallimentare, non vogliono dismettere. L’opulenza è un benessere diffuso, mentre la ricchezza meglio definisce l’intero in una comunità, ma che può consistere soltanto in agio a pochi. Ho scelto il vocabolo opulenza e non ricchezza, in quanto l’ambizione consolidata degli umani, si accentra su agiatezze nelle fruizioni quotidiane all’occidentale maniera (buon cibo, vizi, conforti tecnici ecc...), prescisse da quelle possibili soltanto dentro i confini geografici e talvolta meramente costituite da un pingue conto in banca, mentre la vita reale la si conduce frugale o morigerata, come spesso nel mondo arabo avviene. Nessun arabo, negro o indù che arriva in Europa, si propone di mangiare modesto cibo e vestirsi di stracci, ma poter desinare, senza rischiare di doversi scannare con altri! I loro miraggi o traguardi, sono quegli agi psiconormalizzati dell’umano cristiano.

Il cibo scaduto o in prossimità di scadenza, che talvolta giunge nelle mense per i poveri, viene talvolta mangiato dai volontari cristiani, in quanto il sacrificio per il prossimo è concepito da chi ha in riferimento l’esempio di Gesù Cristo! Il cristianesimo ha promosso società efficaci, di conseguo opulente e dominanti. Sono assurte a criterio universale con cui definire il benessere per tutti, nonostante che il bagaglio motivale della propria cultura, non consenta di conseguirlo. La loro esperienza socio/etica aggrava. Il medio oriente e l’Africa sono estremamente ricche, dovuto al petrolio e i minerarie, ma quasi nulla arriva alla gente comune, asservita alle coltivazioni intensive delle quali gli restano briciole. Le recenti insurrezioni coinvolgenti i governi del nordAfrica, mostrano ricchezze inaudite ricoverate nelle banche occidentali, in agio a governanti senza scrupoli, mentre la loro gente è alla fame. I loro culti promuovono la modestia fruitiva a pregio morale, ma perché avrebbero fallito se la povertà sarebbe ambita a protettrice delle virtù interiori, come imposto dai loro dogmi? Ciò dimostra che i dettami promossi dai culti, non stanno nelle elementari speranze della gente, come affermano indefessamente i sacerdoti di ogni guisa sul pianeta!

Demonizzare l’abbienza è nonsenso, considerato che senza la funzione di accumulo e rilascio, nessuna opulenza è possibile. Scrupoli moralistici possono sempre venirvi addotti, ma è un disastroso inghippo strutturato da un cristianesimo assoggettato a quella allegoria... “un ricco non entra nel regno dei cieli”. Sebbene Gesù avesse ragioni per estrinsecarsi così, in seguito non delucidò “quanto” ricco, lasciando ai posteri ampi margini interpretativi, cagioni di perduranti insoluti, filosofici e pratici... Stereotipando una morale saturata alla priorità di dare soldi agli indigenti e legandola allo scopo di biasimare il mercato speculativo, ha inibito l’introspezione nel perseguire delle tecniche economiche consone alle esigenze indigene. Particolarità che lasciano intuire le migrazioni a riscatto dei singoli, ma privando della felicità che solamente una stabile concordia sociale consente, conflittuali basi dove le comunità si inibiscono, dacché gli assetti mentali sono determinanti per il successo, essendo decisivi nel favorire o inibire i criteri cooperativi tra gli individui. L’esempio americano insegna! Dopo centocinquanta anni dalla “liberazione” americana, una parte notevole della demografia afroamericana non si è integrata, stabilizzandosi in un conflitto perenne con il resto della società. Si può opinare che il retaggio della schiavitù e il colore della pelle, non gli è di aiuto, ma il dubbio che non sia solo questo, permane...

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