Chi conia monete false commette un reato, come pure chiunque falsifichi documenti e prove.

Perché non può essere perseguito chi falsifica la verità?

Spesso nel web incorriamo nella lettura di informazioni relative a persone che vengono ingiustamente infamate e lese nella loro onorabilità attraverso una distorsione voluta e preordinata della realtà.

Purtroppo, ciò avviene con una frequenza direttamente proporzionale al livello di interesse mostrato dalla collettività dei fruitori del web: essi, pur essendo consapevoli dell’assoluta assenza di corrispondenza tra il “vero” ed il “raccontato” (il cosiddetto trash web) seguitano a leggere il web come fonte di notizia dimenticandosi che l’importanza si alimenta con gli accessi e non con la verità.

La cosa più dolorosa ed al tempo stesso sorprendente è che le stesse persone che conoscono tale capacità distorsiva del web giudicano gli altri utilizzando più il web che non le proprie conoscenze dirette.

Oggi un soggetto anche solo indagato per un reato, ma diffamato sul web è più isolato e vituperato dalla comunità di una persona che molti anni or sono (quando non esisteva il web) era stato condannato per reati gravissimi.

Al fine di tutelare coloro che restano vittima di un comportamento lesivo nei loro confronti operato dagli organi di informazione è nato il DIRITTO ALL’OBLIO.

Il diritto all’oblio è stato definito come l’interesse del soggetto alla non reiterata pubblicazione di notizie che lo riguardino, se non siano contestualizzate e aggiornate, specie se si ponga alla base della divulgazione una speculazione commerciale.

Ciò posto, l’esposizione perdurante o reiterata di un determinato soggetto al pregiudizio che la pubblicazione di una certa notizia gli crei, ovvero di video o, ancora, pose fotografiche finisce per ledere la sfera privata del predetto, come sottolineato, altresì, dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza C- 131/12 del 13.05.2014 che ha sancito il riconoscimento a livello comunitario del diritto all’oblio.

La riproposizione di notizie che, anche a causa del trascorrere del fattore tempo, non siano più di attualità e si rivelino comunque pregiudizievoli per il soggetto interessato, è suscettibile di lederne la reputazione, intesa come stima di cui il predetto gode tra i propri consociati e l’onore, qualificabile alla stregua di opinione e percezione che l’individuo nutre di se stesso.

La diffusione di determinati dati e informazioni avviene, oggi, molto rapidamente, posto che, ad esempio, una testata giornalistica on line risulta consultabile da un numero potenzialmente indefinito di soggetti destinatari delle relative informazioni.

L’elemento temporale costituisce, però, il presupposto ai fini della richiesta del riconoscimento della sussistenza del diritto all’oblio, giacché, a seguito del decorrere del tempo, specie se si tratta di un lasso considerevole, l’interesse pubblico alla notizia potrebbe affievolirsi, sino a scomparire del tutto riportando il fatto nella propria originaria dimensione “privata”.

In concreto, una forma di tutela attraverso la quale si prevede l’attuazione del diritto all’oblio è costituita dalla deindicizzazione, attraverso la quale non sarà più possibile a mezzo di una ricerca telematica rinvenire determinati link e riferimenti (Cfr. provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali, del 21.12.2017).

Peraltro, il diritto a essere dimenticati risulta, come a più voci sostenuto, protetto, altresì, dall’art. 27, III comma Cost.

La Suprema Corte ha, inoltre, rilevato che l’ampia diffusione di un giornale on line, grazie alla facile accessibilità e consultabilità di un articolo giornalistico in tale formato, molto più dei quotidiani cartacei, deve essere considerata come elemento di necessità della rimozione della notizia,  per cui una volta che sia trascorso un periodo di tempo sufficiente perché le notizie costituenti oggetto di divulgazione possano soddisfare gli interessi pubblici cui il diritto di cronaca è preposto, il trattamento dei dati non potrebbe più avvenire (Cfr. Corte di Cassazione Civile, sent. n. 13161 del 24.06.2016), dovendosi ritenere ormai le notizie acquisite.

Peraltro, a livello normativo, attualmente il Regolamento europeo U.E. 2016-679 Generale sulla protezione dei dati - GDPR - dedica un apposito articolo, il 17, al diritto alla cancellazione, al diritto all’oblio, attribuendo al soggetto interessato, alla ricorrenza di determinati presupposti ivi elencati, il diritto alla cancellazione dei dati personali che lo riguardino.

Abbiamo analizzato un caso che ci sembra meritevole di rilievo in quanto attualmente all’esame dei giudici del Tribunale di Brescia e di altri Organi di Giustizia.

Nel corso del 2016 e del 2017 molti organi di informazione come il Giornale di Brescia, Brescia oggi, il Tirreno od anche Brescia sette Teletutto hanno dato ampio risalto alla vicenda relativa ad una presunta truffa ai danni di molte persone residenti sia in Italia che all’estero (Dubai).

Come spesso accade, titoli roboanti hanno attratto e condizionato l’opinione pubblica. Sono state portate all’attenzione affermazioni come: “Sotto inchiesta l'avvocato che aiutava i risparmiatori” - “Truffa ai risparmiatori”, “Sergio Oliveri di Brescia è accusato di essere coinvolto in una truffa colossale”.

Come spesso accade nel nostro sistema di informazione, sulla verità prevale l’interesse ad acquisire l’attenzione del lettore o meglio del fruitore della notizia, determinando una sorta di perversione della notizia negativa superando i limiti del rispetto altrui e della verità oggettiva.

Proprio a causa di tale atteggiamento ed in nome di un interesse sotteso (ovvero quello di lucrare sull’importanza dell’immagine di colui che viene denigrato) SONO STATE ASSOCIATE AL NOME DI OLIVERI SERGIO immagini di un uomo incappucciato in manette che non aveva alcun riferimento alla persona (in quanto il noto avvocato bresciano non è stato tratto in arresto in manette né mai portato in carcere): il motivo di tale immagine menzognera è stato soltanto quello di attivare una gogna mediatica contro una persona nota la cui immagine poteva quindi garantire l’attivazione di un interesse del fruitore (pagante e non) del servizio di informazione.

Non dobbiamo infatti dimenticare che oggi chiunque acceda ad una notizia, nutre (sia consapevolmente od anche senza saperlo) le casse di tutte le strutture dell’informazione le quali come è noto sono attualmente il vero ed unico potere ultra-territoriale e meta-spaziale esistente. 

Il web oltrepassa i confini non solo del territorio fisico ma persino delle nostre percezioni sino a giungere ad un nuovo concetto di verità: quello di verità percepita, ben diverso da quello della verità rivelata ed inconfutabile.

E’ pur vero che in ogni processo penale od in ogni vicenda umana esistono diverse verità (quella nota solo a colui che nel suo cuore sa di essere autore o meno di un’azione e quella percepita da coloro che sono chiamati a giudicare quell’azione) ma è altresì vero che per aiutare il giudicante (sia esso popolare o giudiziale) ad essere oggettivo, è precisa responsabilità di chi possiede l’informazione analizzare con cura il momento in cui emerge la verità raccontata e la fonte dalla quale essa proviene.

Immaginate solo per un momento se si potesse creare il giornalismo dei fatti e non dei pre-fatti: per farvi un esempio, provate solo a pensare cosa accadrebbe se i giornali fossero autorizzati ad inserire le notizie riguardanti procedimenti penali e civili soltanto all’esito della controversia.

Ciò peraltro sarebbe corretto sotto il profilo giuridico in quanto la nostra costituzione, tanto sacra per i politici populisti dell’oggi, prevede che una persona non si possa ritenere colpevole per un fatto addebitatole se non dopo il passaggio in giudicato della sentenza che definisca l’ultimo grado di giudizio.

Basti pensare che, secondo il nostro ordinamento penale, “la prova si forma nel dibattimento” (ovvero il processo) e quindi sino all’inizio del medesimo non esiste nulla di nulla sotto il profilo giudiziale.

Invece i nostri organi di informazione, che sono finanziati dal Governo, si nutrono di notizie che preannunciano processi o condanne e non attendono mai le sentenze definitive.

Così nel nostro caso è accaduto che i giornali abbiano scritto: “Resta agli arresti domiciliari l'avvocato bresciano Sergio Oliveri” dimenticandosi di pubblicare la notizia ben più importante che la Suprema Corte di Cassazione nel Febbraio 2017 aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare inflitta ad Oliveri: aveva infatti dichiarato l’illegittimità della misura cautelare adottata nei confronti dell’avv. Oliveri, giungendo persino ad evidenziare, nel provvedimento del Tribunale di Brescia, una “violazione dei principi ispiratori del processo penale”.

Ovviamente gli organi di informazione si sono dimenticati di dire che, invece, il vero responsabile (che era stato tradotto in carcere e non aveva patito la misura più lieve degli arresti domiciliari) aveva subito la conferma del provvedimento di arresto da parte della suprema Corte.

I falsari della verità e delle notizie avevano pure omesso di raccontare che Oliveri (pur ritenendosi innocente), ben un anno prima del proprio arresto, aveva attivato una procedura per risarcire civilmente tutte le parti danneggiate dal comportamento illecito dell’autore della truffa, proprio per non essere coinvolto e posto sul medesimo piano di un reo.

L’avvocato Oliveri ha chiesto ed ottenuto che tutti gli organi di informazione raggiungibili provvedessero a rimuovere dal Web tutte le notizie false e tendenziose sul suo conto e l’unico che non lo ha fatto ha subito una causa civile davanti al Tribunale civile di Brescia dove è stata richiesta la rimozione delle notizie false nonché l’indennizzo per tutti i danni provocati.

Un’altra grave omissione è stata quella di non citare mai nei titoli come vero artefice della truffa (definito come tale nella relazione d’inchiesta della Guardia di finanza) colui che, infatti, ha poi patteggiato la pena ammettendo le proprie responsabilità (ed è soggetto diverso da quello diffamato).

Altra gravissima omissione informativa è che la maggior parte delle persone offese (circa i 2/3) nulla hanno a che vedere con la figura dell’avv. Sergio Oliveri, né con i fatti a lui imputati.

Nel prosieguo vi informeremo degli ulteriori sviluppi.

 

Alcune parti del testo sono state tratte dal sito “giuricivile.it” e comunque create nel pieno rispetto dei diritti della licenza ivi indicata di tipo Creative Commons di tipo BY-SA.

Gli spunti dottrinali appartengono ai seguenti autori

- Cfr. Francesco Gazzoni, Manuale di diritto privato, XVII edizione aggiornata e con riferimenti di dottrina e di giurisprudenza, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 2015, p. 187.

- G. Chiné, M. Fratini, A. Zoppini, Manuale di diritto civile, IX edizione 2017-2018, Nel diritto editore, Molfetta, 2017, p. 194.