I testimoni di Geova sono spesso finiti sotto i riflettori per fatti e storie che ne hanno dipinto un quadro non propriamente lusinghiero. Nel 2016 uscì anche un film su di loro, La ragazza del mondo, diretto dal regista Marco Danieli. Il film era tratto da una storia vera e raccontava dell'amore impossibile tra una testimone di Geova e un ragazzo che non apparteneva alla stessa fede. Un amore ostacolato dagli anziani della congregazione che non gradiscono che un loro fedele sposi qualcuno al di fuori della loro religione. 

Spesso a parlare dei testimoni di Geova sono solo i fuoriusciti, che raccontano le loro disavventure in questo movimento, ma la rivista Donna Moderna ha voluto intervistare pure i testimoni di Geova per conoscere la loro versione. A rispondere alle accuse mosse contro di loro è l'Ufficio informazione pubblica dei testimoni di Geova. L'intervista è riportata integralmente ed è corredata da alcune considerazioni personali.

Siete spesso accusati di “vivere fuori dal mondo”. È vero?

“Come tutti andiamo a lavorare, mandiamo i nostri figli a scuola, ci divertiamo, facciamo sport e coltiviamo hobby. Ovviamente, dato che per noi la religione è una cosa seria, dedichiamo del tempo a riunirci e a parlare della Bibbia ad altri. Non viviamo la fede come una specie di costrizione. Anzi, essere Testimoni di Geova ci fa sentire assolutamente felici e realizzati. E chi ci conosce può confermarlo”.

La realtà non sembra essere propriamente quella raccontata dall'intervistato. Da quanto si legge in giro, sembra che la vita di un testimone di Geova debba ruotare intorno alla Watch Tower. Tra predicazione pubblica, adunanze settimanali, studio della Bibbia, studio con gli interessati e altre attività religiose, la vita di un testimone di Geova è completamente assorbita dagli "obblighi" imposti dalla Watch Tower, che consiglia anche di mettere in secondo piano le attività secolari. Per quanto riguarda il sentirsi felici e realizzati, la questione dovrebbe porre dei dubbi, considerato che questa organizzazione ogni anno perde decine di migliaia di fedeli. Non succederebbe se si sentissero tutti felici e realizzati, fatte ovviamente le debite eccezioni.

Gli ex parlano di una religione che lascia poco spazio alla libertà, che è coercitiva.

“I Testimoni di Geova non obbligano nessuno ad aderire: battezzarsi è una scelta personale. Se un Testimone smette di svolgere l’attività di evangelizzazione o non frequenta i compagni di fede non viene evitato. Anzi, gli altri fanno il possibile per mantenere i contatti”.

L'intervistato qui dribbla chiaramente la domanda della giornalista. La reporter non ha chiesto se uno è costretto o meno ad aderire al movimento, ha chiesto se davvero l'organizzazione adotta sistemi coercitivi verso i fedeli. Domanda a cui l'intervistato non ha praticamente risposto. Inoltre, afferma che chi smette di essere testimone di Geova non viene evitato. Cosa che invece contrasta con la testimonianza dei fuoriusciti che lamentano l'ostracismo e, spesso, il rinnegamento familiare che subiscono.

I disassociati raccontano di aver perso tutto, soprattutto gli affetti.

“I Testimoni si assumono liberamente la responsabilità di vivere secondo le norme bibliche. Una di queste prevede che si limitino i rapporti, soprattutto di carattere spirituale, con chi commette peccati gravi e non si ravvede. Tra l’altro non si viene espulsi automaticamente, ma solo se ci si rifiuta di cambiare condotta. In questi casi i rapporti familiari proseguono, le cose cambiano solo dal punto di vista religioso. Questo provvedimento non solo si basa sulla Bibbia, ma è un motivo per cui tanti si avvicinano a noi: è confortante sapere che chi commette gravi peccati come adulterio, furto, omicidio o pedofilia non può far parte della nostra comunità. Inoltre il fatto di essere disassociati aiuta molti ad acquisire consapevolezza e a ravvedersi. Così alcuni non solo tornano, ma diventano anche cittadini migliori per la società”. 

A questo passaggio evito di menzionare le famiglie che si sono sfasciate a causa delle politiche della Watch Tower, come raccontano le cronache giornalistiche, tengo però a precisare che, per quanto riguarda i peccati gravi, le cronache giudiziarie raccontano di molti casi di pedofilia non denunciati alle autorità, nonostante che in molti Paesi esista l'obbligo di farlo, e che molti procedimenti giudiziari riguardano proprio i casi di abusi sui minori "coperti". Insomma, non mi sembra che l'Ufficio informazione dei testimoni di Geova abbia risposto in modo convincente alle domande della giornalista.