Ecco il piano di Di Maio per risolvere il caso Alitalia

Ecco il piano di Di Maio per risolvere il caso Alitalia

A fine ottobre scade la cassa integrazione e la procedura con cui era stata messa in di vendita, mentre il 15 dicembre è la data di scadenza del prestito ponte di 900 milioni concesso dallo Stato.

Il numero di biglietti venduti durante l'estate è in crescita, ma questo non consentirà all'azienda di limitare il passivo del prossimo bilancio, ipotizzato intorno ai 500 milioni di euro che si andrà a sommare ai precedenti bilanci negativi, fin dall'anno 2009.

Quello riassunto in precedenza è il quadro non certo confortante di Alitalia. Ed è per questo che il ministro dello Sviluppo economico ha convocato al Mise i sindacati della compagnia aerea, tuttora in amministrazione controllata.

Oltre a Di Maio, il Governo era rappresentato dal sottosegretario Andrea Cioffi e dai dirigenti del ministero del Lavoro. Di fronte, i leader di Cgil e Uil, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo, e il segretario confederale della Cisl, Andrea Cuccello, oltre ai vertici delle federazioni di categoria Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti e quelli delle associazioni professionali Anpac, Anpav e Anp.

Che cosa ha detto Di Maio al termine della riunione?

«Alitalia deve essere rilanciata, non salvata. Questo significa sfruttare le partnership strategiche con aziende dello Stato, che non devono entrare in concorrenza l’una con l’altra ma sviluppare nuove forme di sinergia. Auspico pertanto che si possa creare per Alitalia, nel rispetto del principio della concorrenza, un piano industriale in cui sia presente anche Ferrovie dello Stato.

L’obiettivo è quello di consentire ad un turista, che arriva da qualsiasi parte del mondo, di muoversi su tutto il territorio nazionale utilizzando un unico biglietto Alitalia-Trenitalia.

La compagnia aerea Alitalia ha, al contempo, necessità di un partner industriale, anche internazionale. A tal proposito abbiamo ricevuto molte manifestazioni d’interesse che stiamo valutando.

E’ arrivato il momento di rilanciare Alitalia, salvaguardando i livelli occupazionali e facendola diventare un asset fondamentale per attrarre nuovi turisti e far funzionare quello che è il vero petrolio italiano: il turismo.»

Per mettere in pratica il proprio piano, Di Maio non ha escluso la creazione di due società: una nuova azienda in cui far confluire le attività ed un'altra in cui far confluire le passività di Alitalia. A qualcuno non ricorda un recente passato?

Inoltre, il ministro alla domanda quale sarebbe stata la cifra con cui la nuova azienda avrebbe dovuto essere finanziata e se sarebbe stata di 2 miliardi di euro, ha risposto: «Se si ragiona sulla linea di galleggiamento è chiaro che il progetto affonda. Noi ragioniamo oltre la linea di galleggiamento, non per salvare ma per rilanciare Alitalia. Adesso non mettiamo le cifre precise, ma è chiaro che quando dico oltre la linea di galleggiamento stiamo parlando almeno di quelle cifre.»

In relazione alla "bad company" Di Maio ha aggiunto: «Se si farà una bad company non riguarderà i lavoratori. Voglio dirlo chiaramente. L'obiettivo è salvaguardare i livelli occupazionali. Noi vogliamo rilanciare Alitalia anche per ambire a nuove assunzioni di personale tecnologicamente qualificato che si aggiunga a quello esistente.»


Restano, pertanto, due nodi da sciogliere nel piano di Di Maio. Il primo riguarda il partner industriale, di cui ormai si parla da mesi anche in relazione alla vendita messa in atto dall'allora governo Gentiloni, il secondo riguarda il nodo concorrenza con il biglietto unico che è difficile credere possa venir accettato passivamente dagli investitori di Italo.

Categoria Economia
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