Che la guerra in Iraq del 2003 sia stata dichiarata sulla base di motivazioni prive di fondamento è ormai considerata una verità storica.

Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa, come sosteneva l'allora presidente degli Stati Uniti, George Bush. Di questo si è avuta assoluta certezza a posteriori, quando le truppe americane e britanniche non hanno trovato nessun deposito di armi chimiche o batteriologiche e tanto meno nucleari.

Ma era chiaro anche prima dell'inizio del conflitto, in considerazione dell'impossibilità da parte degli incaricati delle Nazioni Unite di reperire la minima di traccia di tali armi, tanto che lo stesso consiglio di sicurezza rifiutò di votare una risoluzione che autorizzasse l'invasione del paese medio-orientale.

Quello che ha destato meraviglia è che Bush non sia mai stato chiamato a render conto del fatto di aver mentito al popolo americano. In una grande democrazia, come quella americana ama definirsi in modo del tutto autoreferenziale, ce lo saremmo aspettato.

La causa Saleh v. Bush
In realtà, una causa contro George W. Bush esiste in un tribunale della California. Si tratta del caso Saleh v. Bush, in cui una ragazza madre irachena, Sundus Shaker Saleh, accusa sei alti esponenti dell'amministrazione Bush di aver dichiarato una guerra di aggressione nei confronti dell'Iraq, ritenendoli personalmente responsabili delle conseguenze di un'invasione totalmente illegale.

A risponderne sono chiamati, oltre allo stesso Bush, l'ex-presidente Richard Cheney, l'ex-ministro della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex-segretario di Stato Colin Powell, l'ex-vice ministro della Difesa Paul Wolfowitz e Condoleeza Rice, che ricoprì prima il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale e poi quello di segretario di Stato.

Si tratta di una causa civile, intentata nel 2013. A rappresentare Sundus Shaker Saleh, che oggi vive da rifugiata in Australia, è l'avvocato californiano Inder Comar (nella foto) dello studio Comar Law, noto per le sue battaglie in difesa dei diritti umani.

Le tesi dell'accusa
Nell'accusa si afferma che alti funzionari dell'amministrazione Bush mentirono intenzionalmente al popolo americano sul fatto che l'Iraq fosse in combutta con al-Qaeda e che disponesse di armi di distruzione di massa.

Si afferma, inoltre, che alcuni degli accusati, in particolare Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz, sostenevano la necessità di un'invasione già nel 1998 ed utilizzarono i fatti dell'11 settembre come scusa per portare a compimento il loro progetto, incuranti delle conseguenze.

Le accuse si fondano sulle sentenze emesse nel 1946 dal tribunale di Norimberga, chiamato a giudicare rappresentanti del regime nazista, ritenuti colpevoli di una guerra di aggressione illegale contro i paesi confinanti. I giudici di Norimberga dichiararono che una guerra di aggressione è da considerare un gravissimo crimine internazionale.

Tuttavia, nel dicembre del 2014, una Corte Distrettuale della California ritenne la causa inammissibile, in base all'Westfall Act.

Lo Westfall Act conferisce l'immunità a fronte di cause civili a ex-membri del governo, qualora il tribunale stabilisca che essi hanno agito nell'ambito delle prerogative previste dalla carica ricoperta.

Il ricorso in appello
L'avvocato Comar non si è dato per vinto ed ha presentato appello, sostenendo che gli accusati non hanno diritto all'immunità, avendo deciso di invadere l'Iraq in base ad una convinzione del tutto personale, a prescindere da ogni legittima motivazione di natura politica. In particolare fa riferimento a documenti di associazioni di neoconservatori risalenti alla seconda metà degli anni 90, in cui si sostiene l'opportunità di rovesciare il regime di Saddam Hussein.

Nell'appello si ritiene anche i membri del governo Bush sono da considerare personalmente responsabili, in base alla legge vigente, di aver consapevolmente mentito in merito ai legami fra il governo iracheno e al-Qaeda.

 

Il rapporto Chilcot ritenuto inammissibile
Nella documentazione presentata in appello a sostegno delle tesi dell'accusa era stato allegato anche il rapporto Chilcot, pubblicato il 6 luglio scorso, contenente le conclusioni della commissione d'inchiesta britannica sulla guerra in Iraq.

Del resto, il rapporto Chilcot, oltre a contenere copie dei messaggi inviati da Tony Blair a George Bush, rivela molti dei retroscena che hanno preceduto l'invasione dell'Iraq e riporta dichiarazioni di ex-membri del governo britannico convinti che si sia trattato di una guerra di aggressione, decisamente priva di ogni sostegno legale, volta unicamente a rovesciare il regime di Saddam Hussein.

Il Dipartimento della Giustizia statunitense, già al momento della presentazione dei documenti, dichiarò che si sarebbe opposto all'utilizzo del rapporto Chilcot.

E, infatti, è ciò che ha fatto ufficialmente, in data primo agosto, con un documento ufficiale nel quale si afferma che il rapporto Chilcot è inammissibile come prova, perché il suo contenuto è irrilevante relativamente al merito dell'appello.

Inder Comar non è certo tipo da arrendersi. Del resto in rete può contare su molti sostenitori, che lo appoggiano sia idealmente che concretamente con una raccolta fondi, intesa a far fronte alle spese legali, che sta riscuotendo un discreto successo.

A volte la coscienza politica degli americani, o almeno di alcuni di loro, una minoranza purtroppo, si risveglia.