Trump e il marxismo culturale: la morte del ‘politically correct’

Trump e il marxismo culturale: la morte del ‘politically correct’

9/11/2016: il capo del mondo libero si sveglia e decide di tenere la testa alta.
Nel corso delle elezioni americane Donald J. Trump si è fatto una reputazione decisamente non invidiabile grazie ai mainstream media e ai loro favoritismi sia per i candidati repubblicani dell’establishment, sia per la candidata democratica.
Mentre gli scandali della Clinton riguardanti la corruzione, l’offuscamento di prove,  l’aver compromesso la sicurezza nazionale e la frode elettorale venivano semplicemente ignorati, i telegiornali spendevano ore a denigrare Trump prendendo frasi fuori contesto o riesumando scurrilità vecchie di decenni.
Ma nonostante queste incessanti accuse di razzismo, sessismo e generale idiozia rivolte non solo al candidato repubblicano ma anche ai suoi elettori che la Clinton stessa ha definito “Un pugno di deplorabili”, l’America ha eletto Donald Trump come il suo quarantacinquesimo presidente.
Come mai il candidato meno politically correct e più anti establishment della storia è stato eletto in questi tempi di pressioni sociali, economiche ed internazionali? Perché solo il 6% degli americani si fiderebbe dei Media? E cosa implica questa vittoria non solo per la società americana, ma per l’occidente in generale?

Quando parliamo del politically correct di cosa parliamo esattamente?
Per capirlo bisogna tornare più indietro nel tempo e capire un altro concetto: il marxismo culturale.
Così come le teorie di Darwin furono strappate dalla biologia e incollate alla società per creare il concetto di darwinismo sociale, anche le teorie economiche di Marx si trascinarono sul campo sociale formando una dottrina chiamata, appunto, marxismo culturale.
Questo tentacolo sociopolitico del marxismo spalma sulla cultura i suoi concetti economici, slegando il successo e la ricchezza dall’abilità e l’intelligenza, argomentando che, indipendentemente da qualità, difetti o preferenze tutti debbano essere uguali.


Negli USA questa filosofia regna suprema: tutti dovrebbero andare al college, anche al costo di uno student loan, un prestito per studenti. Questo enorme afflusso ai college, ha delle enormi conseguenze: quasi il 50% degli studenti, percentuale più alta del primo mondo, non completa gli studi; il valore di mercato delle lauree americane è sprofondato;  il prezzo dei prestiti è salito di cifre esorbitanti grazie alla popolarità di studi senza sbocchi lavorativi come i gender studies. Per questi motivi il debito totale degli studenti è di circa 1.3 trilioni di dollari.


L’educazione marxista dei più giovani si deve anche alla fortuna di ‘Storia del popolo americano dal 1492 a oggi di Howard Zinn, libro nel quale si autoproclama portavoce di nativi, schiavi, lavoratori e oppressi in generale. Nonostante le critiche degli storici, la sua revisione è ancora presente nelle classi Americane, e ai bambini viene insegnato che la loro è una storia razzista e che dovrebbero vergognarsene. Citando Lenin: “datemi le scuole e una generazione di tempo e cambierò il mondo”.


Questa destabilizzazione del tessuto sociale ha reso le relazioni tra etnie in America estremamente delicate. Nella prima nazione a combattere una guerra civile per abolire la schiavitù e che ha eletto per ben due mandati un presidente nero, dopo ogni scontro con la polizia che finisce nella morte di un afroamericano i media urlano subito al razzismo senza rimanere nell’oggettività del caso fomentando così violenze e rivolte, spesso ai danni della maggioranza ragionevole di afroamericani.
I media, i politici e le celebrità sono tra i primi a legittimare queste violenze apostrofandole come una lotta contro il razzismo, perché condannarle è considerato Hate speech e quindi estremamente politically incorrect.


Nella terra dei liberi e la patria dei coraggiosi sembra che le persone abbiano troppa paura di essere accusati di voler erodere le libertà altrui per difendere le proprie.
Zittire le critiche con accuse di razzismo, sessismo o ignoranza è quindi diventando un trend abbastanza diffuso, ma sembra aver avuto un effetto inaspettato: se consideriamo le demografie della recente elezione possiamo notare che, gli elettori dei college si sono mossi verso i democratici (fenomeno attribuibile all’ambiente oppressivamente politically correct dei campus), afroamericani, ispanici, caucasici e soprattutto i meno scolarizzati verso i repubblicani a discapito delle apparenze. Infatti, a guardare i sondaggi preelettorali e il numero esiguo di celebrities supporters di Trump, la vittoria dei democratici doveva essere certa, ma così non è stato. La ragione di questa discrepanza è una sola: la censura. Da youtube a twitter, dall’America all’Europa si stanno combattendo battaglie orwelliane per la libertà di parola: video fattuali e muniti di fonti su terrorismo islamico o disordini generali causati da migranti vengono demonetizzati e rimossi da youtube, personalità politiche importanti si ritrovano i loro account rimossi, e persino arresti per colpa di video innocui ma apparentemente offensivi, come il malfamato carlino (cane) nazista. Con tutte queste censure online e non, un classico come Il grande dittatore sarebbe impossibile da produrre ai giorni nostri.


In un paese dove chiedere un documento prima di poter votare è considerato razzista da alcuni, ammettere di votare per il candidato che tutti i media e le star di Hollywood definiscono razzista, populista e sessista è un suicidio carrieristico e sociale. Nasce così il fenomeno della silent majority, la maggioranza silenziosa. Usato in politica nel 1969 da Richard Nixon indica quella gigantesca fetta di elettori che riserba le proprie opinioni per il giorno del voto cresciuta recentemente per il pesante clima di tirannia d’opinione.

Dalla fine della seconda guerra mondiale l’intera Europa è diventata una specie di stato satellite degli stati uniti: militarmente per via della guerra fredda e culturalmente grazie agli investimenti americani del dopoguerra e alla loro industria cinematografica.
Nonostante l’Italia sia lenta a seguire i trend culturali grazie al minuscolo numero di Italiani che parlano un inglese fluente, dove l’America va, il mondo libero si accoda, e il politically correct avrebbe sopraffatto anche noi ma, fortunatamente, l’America ha cambiato direzione: la vittoria di Trump è uno schiaffo alla narrativa dei media e l’urlo di liberazione di tutte quelle persone che erano stanche di dover tenere a freno la propria lingua. Mentre altri giganti dell’Occidente  sono ancora in questa situazione, come il Canada o la Germania, l’ascesa del nuovo presidente americano porterà al cambio di direzione dell’opinione pubblica, e accusare di razzismo non sarà più una comoda e facile alternativa all’argomentazione. L’elezione di Trump ha permesso in extremis di sfiatare la pentola a pressione del malcontento verso l’establishment e i media prima che scoppiasse, risolvendo questo conflitto prima che potesse diventare qualcosa di più violento. Considerati i pericoli del marxismo culturale e del politically correct, la vittoria di Trump è un bagliore di speranza per la libertà di parola dell’America e di tutto l’occidente. La vittoria di Trump è un faro nella nebbia dell’ignoranza e nella tempesta dell’oppressione intellettuale, come la statua della libertà lo fu per una moltitudine di emigrati dal nostro paese.      

Leo Colaccini
Special thanks to Dr. Duke Pesta

Colaccini Leo
nella categoria Politica
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