Il cappuccino di Osho

Il cappuccino di Osho
Facebook Twitter GooglePlus Pinterest Linkedin Tumblr

In guerra restavano a casa le donne, i vecchi, gli inabili a vario titolo.

Le leggi della politica sconfiggevano quelle dell’Evoluzione, sancendo il predominio del più fiacco.

Io faccio parte di quella generazione di mezzo che ha avuto genitori che si definivano retoricamente “figli della guerra” ma che la guerra vera l’avevano fatta fare ai padri e adesso sonnecchiavano nei ministeri con orario 8-14.

I figli dei figli della guerra furono una generazione diversa: nati da democristiani con posto fisso e tredicesima, sembravano destinati a sostituire i “dormienti” con una nuova classe di ronfatori d’assalto.

Costoro hanno attraversato gli anni settanta, ottanta e novanta con una missione: eccellere nella mediocrità borghese, raffinarla, dotarla di attestati e lauree.

Mai più poveri, questo sembrava dire tutto ciò che li circondava: le nuove tv commerciali, l’umorismo demenziale, le gomme che facevano il pallone più grande, i videogiochi, il latte che si comprava nella carta che poi si buttava così non si doveva più riportare il vetro in latteria.

Tutto parlava di futuro, di aziende all’americana, di carriere manageriali messe lì a pochi passi.

I ragazzini di quindici anni giocavano a tennis: “scusa non posso venire a sentire i dischi da te, stesera ho la partita del torneo”, “no, per vedere devi essere iscritto. Tuo padre è iscritto?”.

Col cavolo che mio padre era iscritto ai circoli del tennis, lui era un fiero sostenitore della pennichella postprandiale e quando tornava dal lavoro, alle due in punto, il pranzo doveva essere pronto.

E il pranzo era diverso dal tramezzino di oggi mangiato sul marciapiede fuori del bar, era un primo, un secondo e un contorno con tanto di pane frutta e caffè. I salutisti levavano la mollica dal pane, il dolcificante non lo usava ancora nessuno, le scaloppine sguazzavano felici nell’olio.

Il resto della giornata era scandito dalla passeggiata in piazza, dalle chiacchiere, dai palinsesti televisivi.

Il futuro? Quello era dato per scontato: “mio figlio studia legge, mia figlia si laurea a novembre, poi un amico mio la fa entrare in Comune!”.

Ebbene, a forza di pennichelle, di bar sport, di “disimpegno”, spintarelle, serie televisive e campionati di calcio, neanche vent’anni dopo siamo di nuovo un popolo di migratori, mandiamo i nostri giovani fuori da quella che riteniamo una terra maligna, li salutiamo per sempre.

C’è la fuga dei cervelli, dicono.

Adesso resta la serie B dei cervelli, probabilmente gli stessi che questo casino lo hanno visto nascere e crescere senza capirlo né contrastarlo.

E il naufragar m’è dolce fra le citazioni di Fabio Volo, le foto del cappuccino e qualche ovvietà di Osho...

Piergiorgio Rinaldi   www-aziendaefamigliaroma.it

piergiorgio_rinaldi
nella categoria Cronaca
Attendere...