È ancora possibile fare lo scrittore senza essere social?

È ancora possibile fare lo scrittore senza essere social?
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Oggi la figura dello scrittore non è più quella di una volta e a chi scrive viene chiesto di partecipare, di essere attivo sui social network, di volersi e sapersi promuovere sfruttando tutti gli strumenti tecnologici, e non solo, che la società moderna mette a disposizione. Tra reading, festival e presentazioni da una parte e social media dall'altra, la comunità letteraria diventa sempre più presente, addirittura invasiva, e sono in molti a chiedersi se, davvero, sia necessario essere parte di questa comunità in continuo fermento. Necessario forse no ma, di sicuro, determinante e utile sì.

Chi guarda con un misto di sospetto e preoccupazione non solo ai social network ma anche a tutta quella serie di eventi a cui uno scrittore di oggi è caldamente invitato a partecipare, si difende dicendo che l’arte della scrittura è già di per sé un’ottima forma di comunicazione. In quanto tale, l’arte dello scrivere renderebbe superflue certe “comparsate”, che non solo rischiano di nuocere all'arte stessa ma, addirittura, la rendono quasi banale, più povera, come se laddove si ospitano reading e incontri letterari, le parole dello scrittore si degradassero, perdessero vigore. A questo punto occorre, secondo me, chiedersi per chi e per quale ragione scrive uno scrittore. Lo fa per sé o lo fa anche per gli altri, per comunicare qualcosa agli altri, per instaurare con questi un legame e aumentare così il senso di esperienza condivisa? Perché se scrivere è un’attività che va oltre il mero “creare qualcosa” ma ha fra i suoi obiettivi quello di entrare in contatto con gli altri, di creare una relazione di maggiore o minore empatia con chi legge, allora è quantomeno auspicabile che uno scrittore voglia essere parte di una comunità, una comunità in cui social ed eventi come presentazioni e reading sono sì occasioni per promuoversi, ma anche momenti di confronto, discussione e riflessione. Continua....

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