Un mafioso sta morendo, ma la mafia è più viva che mai

Un mafioso sta morendo, ma la mafia è più viva che mai

In questi giorni ha fatto molto scalpore la decisione della prima sezione penale della Corte di Cassazione di permettere al boss Totò Riina, gravemente malato, di poter uscire dal carcere per concedergli una “morte dignitosa”.

Il “capo dei capi” secondo la difesa verserebbe in condizioni critiche a causa di una cardiopatia che lo attanaglia da diverso tempo e che lo costringe a fare la spola tra carcere e ospedale.

La possibile scarcerazione del mandante di alcune fra le più cruente stragi di stampo mafioso degli anni 90' ha spaccato in due l'opinione pubblica, divisa fra alcuni che sostengono che per Riina vada semplicemente applicato quanto previsto dalla Costituzione come ribadito dal direttore Enrico Mentana in un post su Facebook “Come tutti gli ergastolani di cui è possibile vedere il vero approssimarsi della fine, si prepari allora il suo trasferimento presso i suoi familiari, ma senza sconti, scarcerazioni o domiciliari, solo con la forza del diritto” , ma è soprattutto la controparte indignata dalla notizia ad aver alzato i toni della discussione, capeggiata da personaggi di spicco come Rita Dalla Chiesa ( figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dal capo di Cosa Nostra) che attacca duramente: “Mio padre non ha avuto una morte dignitosa, riguardo la fiducia nella giustizia forse sto sbagliando tutto” e Maurizio Costanzo secondo la quale “ Toto Riina vorrei vederlo morire in carcere”.

E' giusto dibattere sul fatto che il “Capo dei capi”, mafioso mai pentito, con decine di vittime sulla coscienza e sulla fedina penale possa godere dei diritti previsti dalla Costituzione o se al contrario, meriti una morte dietro alle sbarre del 41-bis, è più che comprensibile la rabbia dei familiari delle persone morte in vicende legate a quest'uomo, è giusto che l'opinione pubblica sia indignata e faccia sentire la sua voce.

In questi ultimi mesi però, sono accaduti molti fatti di cronaca legati alla mafia che sono passati in secondo piano rispetto al caso Riina, quasi indifferenti ai più.

Mi riferisco ad esempio all' arresto di qualche settimana fa di un sedicenne a Napoli (ragazzo che assomiglia in modo spaventosamente reale a “Maraja”, personaggio del romanzo “La paranza dei bambini” di Saviano), autore a soli quindici anni di un duplice omicidio ai danni di persone appartenenti al suo stesso clan.

All'arresto in questi giorni dell'andranghetista Giuseppe Giorgi, latitante da oltre vent'anni proprio nella sua abitazione a San Luca in Calabria, che all'arrivo dei carabinieri ha ricevuto baciamani e inchini da parte dei presenti.

All'arresto in Sicilia di quattro persone legate alla cosca mafiosa di Altofonte, denunciate da un commerciante messo in ginocchio dalle loro estorsioni che duravano dal 2000.

La mia non vuol essere una polemica,ma una riflessione sul differente peso mediatico e sulla diversa percezione nostra di fatti altrettanto gravi.

Penso che dovremmo impiegare un po' del tempo che passiamo a discutere su dove debba passare i suoi ultimi giorni di vita un boss ultra ottantenne, ad informarci sull'attuale situazione mafiosa nel nostro Paese.

Forse questo ci aprirebbe gli occhi sulla profondità e sulla lunghezza delle radici della della mafia nel nostro territorio.

Forse ci aiuterebbe a capire come i clan nel tempo si siano riorganizzati,evoluti, espansi, rafforzati e di come morto o arrestato un capo se ne faccia un altro.

Forse con la morte di Totò Riina si chiuderà un capitolo di storia mafiosa, la storia delle grandi stragi e degli efferati omicidi, ma questo futuro vuoto è già stato colmato da tempo, da clan più giovani,ma altrettanto radicati e spietati.

La mafia è un mostro dalle mille teste e non possiamo permetterci di restare a fissare una testa morente altrimenti verremo sbranati dalle altre.

Forse un mafioso sta morendo, ma di sicuro la mafia è più viva che mai.

 

Marco Zecchin
nella categoria Cronaca
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