Nel nuovo studio pubblicato dall'UNICEF i migranti minorenni provenienti dall'Africa non hanno come priorità quella di raggiungere l'Europa

Nel nuovo studio pubblicato dall'UNICEF i migranti minorenni provenienti dall'Africa non hanno come priorità quella di raggiungere l'Europa

Unicef ha pubblicato una nuova ricerca che ha per argomneto i minorenni migranti. Il rapporto, realizzato in collaborazione con REACH (un’iniziativa congiunta di due Ong internazionali – ACTED e IMPACT Initiatives – e UNOSAT/UN Operational Satellite Applications Programme) ha portato alla luce alcuni aspetti finora non conosciuti riguardo al problema migrazione.

I minorenni migranti che giungono in Europa provenienti dall'Africa prendono la decisione di lasciare casa di propria iniziativa e, inizialmente, non vogliono raggiungere l'Europa!
Per la maggior parte di loro sono stati i traumi sistematici e gli abusi a cui hanno assistito o subito in Libia a portarli alla fuga verso l'Europa e a spingerli a intraprendere la terrificante rotta del Mediterraneo Centrale.

Questi i punti principali elencati nell'ultima ricerca Unicef.

Oltre 100.000 minorenni rifugiati e migranti, dei quali oltre 33.800 non accompagnati e separati (il 34%), sono arrivati in Europa nel 2016. Nei primi tre mesi del 2017, sono sbarcati sulle coste europee 5.700 minorenni. La maggior parte è entrata in Europa irregolarmente attraverso i due principali punti di accesso al continente: l’Italia, con la rotta del Mediterraneo centrale, o la Grecia, con la rotta del Mediterraneo orientale dalla Turchia, principalmente via mare.

I minorenni in Italia hanno tendenzialmente deciso di migrare soli (il 75% dei minorenni intervistati) e di affrontare in questo modo il viaggio. La maggior parte sono ragazzi, maschi (il 92%), non accompagnati (91%) tra i 16 e i 17 anni (93%) provenienti da vari paesi dall’Africa Occidentale e dal Corno d’Africa. Solo in una minoranza di casi (11%) i minorenni prendono la decisione di partire insieme alle famiglie.

In circa 1 caso su 3 (31%) di quelli analizzati, il minorenne ha deciso di migrare a causa di violenze o problemi a casa. Molti hanno anche raccontato di aver abbandonato le proprie case a causa di persecuzione politica, religiosa o etnica nel proprio paese di origine. Ciò è comune in modo particolare fra i minorenni provenienti dal Gambia, visto che quasi la metà di loro ha dichiarato di aver lasciato il paese a causa di problemi o violenze all’interno delle loro famiglie (47%). I minorenni provenienti dalla Guinea Conakry hanno riportato molto spesso di aver lasciato casa a causa di persecuzioni politiche, religiose o etniche nel paese (33%).

Per i minorenni che hanno lasciato casa con l’intenzione di raggiungere l’Europa (il 46% di coloro che hanno risposto), fattori importanti che hanno influenzato le loro decisioni sono stati l’accesso all’istruzione e il rispetto dei diritti umani.

Al contrario, i minorenni in Grecia hanno tendenzialmente preso la decisione con le famiglie e quindi di arrivare insieme (il 91% dei minorenni intervistati), sono in egual misura ragazzi e ragazze e di tutti i gruppi di età. Provengono innanzitutto da paesi quali Siria (54%), Iraq (27%) e Afghanistan (13%). Per la maggior parte la decisione di andarsene è stata dovuta alle generali condizioni di insicurezza.

In media i bambini che sono arrivati in Italia hanno viaggiato per un anno e due mesi per compiere il percorso da casa fino al raggiungimento dell’Italia. Per i minorenni in Grecia, la durata del viaggio è significativamente diversa, in generale è stata più breve rispetto ai minorenni che arrivano in Italia. Fra i minorenni arrivati in Italia, quelli dal Gambia e dalla Guinea Conakry hanno impiegato più tempo per arrivare rispetto a, per esempio, quelli dalla Nigeria.

Meno della metà dei bambini che sono arrivati in Italia ha riportato di aver lasciato la propria casa con l’obiettivo di raggiungere l’Europa (46%). Infatti, un quinto degli intervistati (20%) ha lasciato la propria casa con lo scopo di andare verso il Nord Africa o di rimanere in un paese confinante (12%), come il Mali o il Senegal. Fra i minorenni che hanno lasciato la propria casa con l’intenzione di raggiungere l’Europa, l’accesso all’istruzione (38%) e il rispetto dei diritti umani (18%) sono stati fattori importanti che hanno influenzato la loro decisione. Al contrario, per i minorenni che avevano pianificato di andare verso i paesi confinanti in Africa occidentale o settentrionale, il lavoro era la motivazione principale della partenza, come dichiarato dal 44% (Africa occidentale) e dal 68% (Africa settentrionale) rispettivamente, e i minorenni tendevano a non aspettarsi migliori servizi, come l’istruzione.

I bambini e i genitori intervistati in Grecia hanno raramente previsto alla loro partenza che sarebbero rimasti in quel paese una volta arrivati in Europa. Con la chiusura della rotta migratoria dei Balcani occidentali e la dichiarazione UE-Turchia nella primavera 2016, i rifugiati e i migranti sono rimasti involontariamente in Grecia. Tuttavia, le destinazioni finali previste più comuni erano i paesi dell’Europa settentrionale, fra cui Germania, Svezia e Svizzera.

Oltre la metà dei minorenni arrivati in Italia ha deciso di andare in Europa quando era già fuori dal suo paese di origine e “sulla strada” (53%). Alcuni minorenni che speravano di poter lavorare in Libia hanno lasciato quel paese in favore dell’Italia perché erano terrorizzati dalla violenza generalizzata nel paese, come dichiarato dal 63% dei minorenni che avevano pianificato di rimanere in Libia.

La maggior parte dei minorenni che ha viaggiato lungo il Mediterraneo centrale ha lavorato durante il viaggio, spesso con un impiego in lavori fisicamente difficili e nei punti principali di transito in Niger, Algeria o Libia. I bambini in Italia hanno dichiarato che stare in Libia è stata la parte del viaggio più traumatizzante, a parte l’attraversamento del mare. Circa la metà (47%) ha dichiarato di essere stata rapita con richiesta di riscatto e 1 su 4 (23%) ha dichiarato di essere stato deliberatamente arrestato e di esser stato tenuto in prigione senza un’accusa specifica.

Le famiglie che si spostavano dal Medio Oriente in Grecia erano spesso consapevoli dei rischi che poteva comportare il viaggio verso l’Europa; tuttavia, meno della metà dei minorenni presi in esame in Italia ha dichiarato di aver pensato ai rischi del viaggio prima di lasciare casa (43%). Ciò suggerisce che in molti casi i minorenni hanno lasciato il loro paese d’origine con scarsa preparazione e conoscenza di ciò che li aspettava. Allo stesso tempo, quando hanno pensato ai rischi del viaggio prima di partire (47%) erano bene informati sul livello di rischio; secondo quanto riportato, erano a conoscenza del fatto che avrebbero potuto essere uccisi lungo il percorso (42%) o annegare in mare (30%).

Quando hanno viaggiato con i membri della famiglia, i bambini in Italia e Grecia i paesi hanno riportato il rischio, nel tragitto, di essere separati da uno dei familiari. 1 bambino su 6 in Italia ha dichiarato di aver lasciato casa con un fratello ed esserne stato accidentalmente separato durante il viaggio (12%); in una minoranza di casi, la separazione è avvenuta una volta raggiunta l’Italia.

I minorenni che desiderano rimanere in Italia o in Grecia e costruirsi una vita lì attendono per mesi, o anche anni, prima di ricevere uno status legale nel paese, spesso esposti a rischi per la protezione e ad abusi. In Italia, fra il 2014 e il 2016, la procedura fra la presentazione della richiesta di asilo e il risultato è durata fra i 15 e i 24 mesi. In Grecia nel 2016, di 6.718 richieste d’asilo da parte di minorenni rifugiati e migranti, solo 963 domande sono state valutate.

In entrambi i paesi, la durata delle procedure per la determinazione dello status preoccupa particolarmente i ragazzi fra i 16 e i 17 anni, in quanto temono di raggiungere la maggiore età prima che il loro caso giunga a termine, rischiando di perdere la possibilità di richiedere un permesso di soggiorno per minorenni.

Mentre 25.846 Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) sono arrivati in Italia via mare nel 2016, alla fine di quell’anno soltanto 17.373 erano ospitati all’interno del sistema di accoglienza italiano. In Grecia, non si conosce il numero di minorenni che ha lasciato il paese irregolarmente dalla chiusura della rotta dei Balcani occidentali, ma sia le organizzazioni umanitarie che le autorità greche hanno confermato una significativa riduzione del numero totale della popolazione migrante e rifugiata dalla chiusura della rotta, elemento che suggerisce che in molti, fra cui minorenni, hanno lasciato il paese irregolarmente.

I minorenni arrivati in Italia o in Grecia che decidono di proseguire il viaggio attraverso vie legali spesso si trovano bloccati in transito per mesi o anche anni mentre aspettano che la loro richiesta di riunificazione familiare o di ricollocamento venga esaminata.

In Italia, nel 2016, le procedure per il ricongiungimento familiare spesso hanno impiegato oltre un anno; di oltre 14.229 richieste di ricongiungimento familiare nel 2016, solo 61 persone sono state trasferite nello stesso anno. Per quanto riguarda la ricollocazione, fino a maggio 2017, solo 3 MSNA sono stati ricollocati dall’Italia, tutti verso l’Olanda, visto che le procedure per la ricollocazione dei MSNA dall’Italia non sono ancora state standardizzate.

In Grecia, molti bambini stanno aspettando di essere ricollocati o riunificati alle loro famiglie dalla chiusura della rotta dei Balcani occidentali nella primavera del 2016. Nel 2016, delle 5.000 richieste di ricongiungimento familiare partite dalla Grecia (di cui 700 da parte di MSNA), solo 1.107 richiedenti hanno raggiunto il loro paese di destinazione entro la fine dell’anno.

Per molti bambini, la possibilità di proseguire il loro percorso formativo è uno dei motivi principali del viaggio verso l’Europa. In Italia l’accesso all’istruzione per i minorenni non accompagnati e separati è obbligatorio soltanto per quelli ospitati in centri di seconda accoglienza. Tuttavia, in media, i minorenni rimangono in centri di prima accoglienza per sei mesi, da questo ne deriva che i bambini non vanno a scuola per periodi di tempo estesi. Per alcuni bambini, l’istruzione era così importante che hanno lasciato i centri di prima accoglienza nel sud Italia per raggiungere altri centri d’accoglienza nei quali pensavano che sarebbero potuti andare a scuola.

 

Monica Maggiolini
nella categoria Cronaca
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