Europa senza più statisti

Europa senza più statisti
Nel lontano 1945, subito dopo la fine della guerra mondiale, la democrazia continentale poté contare per la sua nascita e il suo primo radicamento su una generazione di capi e di quadri selezionati e ammaestrati dalla terribile lezione della vittoria dei totalitarismi, e dalle vicende della grande politica in anni di ferro e di fuoco; una generazione cresciuta in una quotidianità di vita spesso aspra, fatta di pochi beni e di molte letture, di passione per le idee, trascorsa tra la gente comune.
Fu la generazione dei De Gasperi, dei Mendès France, degli Adenauer, degli Schuman, degli Ollenhauer, dei Nenni, nel bene e nel male anche dei Togliatti e dei Tito: politici abituati a organizzare il mondo intorno a una visione generale fondata su valori forti. Seguirono, negli anni 60-70 e fino alla fine del secolo, uomini che avevano ancora fatto a tempo a sentire l’eco, e spesso più che l’eco, della temperie mondiale tra le due guerre: anche se perlopiù usciti dalla dura selezione delle piazze e dei comizi, dell’attività di governo, dallo scontro nelle assemblee. I Fanfani, i Kohl, i González, i Berlinguer: cresciuti sulle orme dei predecessori ne conservarono in qualche modo le idealità, seppure con l’accresciuta scaltrezza, tinta di cinismo, di un partitismo ormai maturo.
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