Anche da Save the Children l'allarme per la mancanza di elettricità a Gaza

Anche da Save the Children l'allarme per la mancanza di elettricità a Gaza

Anche Save the Children lancia l'allarme su Gaza. Lo fa dal proprio punto di vista, puntando l'attenzione sulle condizioni dei bambini, le cui difficoltà di vita finiscono per essere ancor più inaccettabili rispetto a quelle degli adulti.

«I bambini di Gaza sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze. L’occupazione da parte di Israele e le divisioni nella leadership palestinese stanno rendendo la vita impossibile.

Se hai 10 anni e vivi a Gaza hai già subito tre terribili escalation del conflitto. I bambini di Gaza hanno già sofferto 10 anni di blocco e di minacce continue a causa del conflitto. Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie.

Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività», ha dichiarato Jennifer Moorehead, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati.

La limitazione nella fornitura di energia elettrica, già in atto da tempo con l’impianto di generazione interno di Gaza che funzionava a regime ridotto dopo essere stato colpito nel 2009 e che lo scorso aprile si è dovuto fermare per mancanza di combustibile e di fondi per i rifornimenti, non è frutto solo del conflitto israelo-palestinese.

La stretta sulla fornitura di energia è stata ordinata da Ramallah. Mahmoud Abbas, infatti, più che al benessere dei palestinesi, sta pensando a come sconfiggere politicamente Hamas che tiene sotto la propria ala tutta la striscia di Gaza.

In arretrato sui pagamenti della fornitura di energia, Abbas ha chiesto agli israeliani di limitarne l'erogazione in tutta la striscia di Gaza. Da immaginare il dispiacere di Netanyahu ad eseguire tale invito!

Il risultato è che a dieci anni dal blocco aereo, marittimo e terrestre della striscia di Gaza, anche un milione di bambini sono costretti a vivere in condizioni inaccettabili. Più di 740 scuole si trovano in grande difficoltà per la carenza di energia elettrica, che è disponibile per sole 2 ore al giorno.

Una limitazione che provoca gravi conseguenze anche per l’interruzione dei servizi sanitari e di emergenza, per l’aumento delle malattie trasmesse dall'acqua per la sospensione della potabilizzazione e il disastro ambientale a seguito del mancato trattamento delle acque reflue, che ha causato l’inquinamento e la contaminazione di più del 96% delle falde acquifere che non sono utilizzabili dall’uomo, e del 60% del mare di fronte a Gaza, dove ogni giorno si riversano 108 milioni di litri di acque non trattate, l’equivalente del contenuto di 40 piscine olimpioniche.

Se un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 dichiarava Gaza a rischio di invivibilità entro il 2020, Save the Children considera Gaza invivibile già oggi: con le condizioni attuali i bambini non riescono più a nutrirsi adeguatamente, dormire, studiare o giocare.

Come già accennato in precedenza, questa situazione è in gran parte responsabilità del governo di Ramallah. La lotta politica che lo vede contrapporsi ad Hamas ha portato Mahmoud Abbas a prendere decisioni degne di uno Stato dittatoriale, non certo quelle che ci si aspetterebbe da un governo provvisorio in lotta per la propria autodeterminazione.

In questo contesto va segnalata anche la Cyber Crimes Law, un decreto firmato il 9 luglio dal presidente Abbas, che prevede l'arresto e la detenzione per chiunque, a discrezione dell'ANP, metta a rischio "l’unità nazionale e la sicurezza dello Stato".

Principi molto vaghi che in un paio di mesi sono serviti all'Autorità Nazionale Palestinese a mettere in prigione chiunque abbia espresso una pur vaga critica al presidente Abu Mazen, anche tramite un banale post pubblicato su un social media.

Ayman Qawasmeh, il direttore della radio Manbal al Hurriya di Hebron chiusa la scorsa settimana dall’esercito israeliano, aveva chiesto al presidente Abbas e al premier palestinese Rami Hamdallah di dimettersi. In base alla Cyber Crimes Law, a Qawasmeh la sua dchiarazione, evidentemente alquanto sgradita all'Anp, è costata l'arresto.

Issa Amro, coordinatore del gruppo Youth Against Settlements attivo a Hebron e in passato ricercatore per l’ONG israeliana B’Tselem, ha scritto su facebook un post per esprimere la propria indignazione per quanto accaduto: «Ci sono giornalisti che sono minacciati dalle forze di sicurezza per aver pubblicato la notizia dell’arresto di Qawasmeh. Mi auguro che ogni giornalista di questo paese la pubblichi perché è vera al 100%, non è un rumor.

Nessuno può creare una legge e uno stato per sé. La legge è chiara, non è aperta a varie interpretazioni. Tutti dovrebbero rispettarla. C’è un giornalista chiamato Ayman Qawasmeh, c’è una magistratura, una società civile, un sindacato dei giornalisti e attivisti che lo sosterranno. Le forze di sicurezza dovrebbero proteggere la legge, non violarla.»

E che cosa avrà scritto mai! Ma anche per lui è scattato l'arresto.

Che speranze possa avere il popolo palestinese prigioniero da un lato degli israeliani e dall'altro di chi lo governa è sinceramente inimmaginabile, anche considerando che tutto questo avviene senza che le istituzioni internazionali a controllo dei diritti umani muovano un dito o lancino almeno un appello per fermare queste ultime ennesime follie.

 

Giuseppe Ballerini
nella categoria Esteri
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