Kerry striglia Israele e pone Netanyahu di fronte alle sue responsabilità

Kerry striglia Israele e pone Netanyahu di fronte alle sue responsabilità

Anche Clinton, alla fine del suo mandato aveva rilasciato una dichiarazione non proprio lusinghiera nei confronti di Israele dopo il fallimento dei colloqui di Camp David. Prima di lasciare Washington, Clinton tentò di trovare un punto d'incontro tra israeliani e palestini, ma inutilmente.

Oggi, un'altra amministrazione democratica, l'amministrazione Obama, pur non potendo neppure tentare un accordo in medioriente, tenta comunque di tracciare un solco invalicabile come unica via su cui si debba lavorare per una pace futura, provando così a disinnescare la minaccia di un ripensamento dell'opzione di due Stati, invisa alla destra ultra di Israele.

Ieri, in un discorso molto atteso, il segretario di Stato Kerry ha difeso e giustificato l'astensione degli USA al voto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU in relazione agli insediamenti israeliani nei territori occupati.

La giustificazione di Kerry è stata molto semplice e altrettanto diretta, non ricorrendo alla diplomazia ed ai sofismi che spesso ne rendono fumosi dichiarazioni e intendimenti.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono un ostacolo al processo di pace basato su due Stati che debbono convivere uno a fianco dell'altro. Mantenendo l'attuale situazione inalterata, l'unica possibilità è che continui ad esserci uno Stato unico, Israele, ma in una condizione di occupante perenne.

Kerry ha accusato Netanyahu di essere ostaggio della destra oltranzista israeliana, ritenuta responsabile di ostacolare il processo di pace basato su due Stati e, in tal modo, lo ha anche accusato di aver contraddetto quanto da lui stesso dichiarato e sostenuto in più occasioni, pubblicamente.

Quindi, per Kerry, l'astensione all'ONU di venerdì scorso, non era contro Israele, ma a favore di Israele, perché finalmente inizi ad operare fattivamente per dar vita ad un piano di pace seguendo la via dei due Stati sulla base di quanto ormai la comunità internazionale, oltre che i due principali protagonisti, avevano concordato.

Un discorso, quello di Kerry, applaudito dai progressisti israeliani che lo hanno incolpato solo di non averlo fatto con qualche anno di anticipo. Il discorso di Kerry, per Israele, è stato per Netnayahu sicuramente un colpo peggiore rispetto all'astensione di venerdì, per aver messo lui e la destra israeliana sul banco degli imputati, come maggiori responsabili per aver ostacolato finora il processo di pace.

In futuro, questo discorso non potrà non pesare su Israele e sulle scelte del proprio governo. Israele che, messa di fronte alle proprie responsabilità, dovrà scegliere se iniziare a lavorare per la pace oppure se arrendersi alla destra confidando nel supporto di Trump e del nuovo ambasciatore USA, David M. Friedman, contrario alla soluzione dei due Stati.

Ma in quel caso, riuscirà Israele a sopportare il peso delle critiche del resto della comunità internazionale? E su quali basi poi potrà giustificare il proprio modo di agire con l'espansionismo di nuove colonie nei territori occupati?

Piero Rizzo
nella categoria Esteri
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